Perché viaggiare ti insegna ad essere grato

Photo by Engin Akyurt

Ognuno di noi si chiede cosa possa fare per essere felice. È naturale interrogarci su quali siano i motivi per cui proviamo quel meraviglioso mix di sensazioni che ci fa sentire leggeri e ci fa venir voglia di piangere e ridere al tempo stesso, ed è ancora più naturale voler inseguire quello stato d’animo.

Vogliamo essere felici ma non sappiamo da dove iniziare, così la nostra ricerca della felicità si sposta inevitabilmente su ciò che si trova al di fuori di noi: soldi, oggetti, persone da impressionare, parametri esterni  di comportarci “giusti”.

E se invece la felicità iniziasse da qualche parte dentro di noi? Magari da un sentimento che al giorno d’oggi sta diventando sempre più raro nonostante sia fondamentale per imparare ad apprezzare le piccole cose della vita: la gratitudine.

Cos’è la gratitudine

Noi occidentali viviamo in un’epoca nella quale abbiamo tutto a disposizione.

Vuoi cenare con del cibo etnico? Fai un’ordinazione online e nel giro di poco tempo un fattorino ti porta a casa tutto ciò che vuoi.
Vuoi acquistare una giacca particolare? Fai un’ordine online e ti arriva a casa il giorno dopo.
Hai bisogno di un’informazione? Vai su Google e in pochi secondi la ottieni.
Cerchi di arrivare in un certo luogo? Inserisci la destinazione sulle mappe e segui la voce del tuo smartphone.

Questa immediatezza ha cambiato la nostra vita, migliorandole sotto certi aspetti ma peggiorandola sotto altri aspetti di cui si parla molto poco. Ci ha resi pigri, ad esempio. Ci ha tolto creatività e ingegno. Ha annullato la bella soddisfazione che provi quando ottieni qualcosa senza il supporto di nessuno. Ha tolto importanza ai rapporti umani, rendendo le interazioni con gli altri quasi un fastidio.

E soprattutto, questo accesso immediato a qualsiasi cosa ci venga in mente, ci ha fatto dimenticare l’importanza della gratitudine. 

Essere grati significa apprezzare ciò che si ha senza essere ossessionati da ciò che non si ha. Qualcosa di molto raro in quest’epoca dominata dalla frenesia e dal consumismo (che non riguarda solo le cose ma anche le relazioni personali).

È difficile essere grati nella quotidianità, quando siamo immersi nella nostra comfort zone e ogni piccolo problema ci sembra un dramma di cui lamentarci per intere settimane. Ma quando viaggi può capitarti di smettere di vedere il mondo e iniziare ad osservarlo con attenzione.

E può capitarti, se sei una persona attenta e consapevole, di imparare la gratitudine.

Come una ragazza cambogiana mi ha fatto capire quanto sono fortunato

Quando viaggi ti confronti quotidianamente con persone che vivono situazioni estremamente diverse dalle tue, talvolta drammatiche. Specialmente se viaggi in un certo modo, lontano dalle rotte turistiche.

In quei casi ti rendi conto di quanto tu sia un privilegiato a poterti permettere di girare il mondo, spendendo cifre che magari fanno di te un viaggiatore low cost ma che per certe persone dall’altra parte del mondo rappresentano lo stipendio di un anno.

Ma non è solo una questione di soldi. In Cambogia ho incontrato una giovane ragazza che mi ha detto quanto desiderasse viaggiare ma non potesse farlo, non solo per una questione di denaro (lavorava come receptionist in una guesthouse) ma anche per una questione di nazionalità: con il suo passaporto non poteva ottenere il visto di moltissimi paesi.

Mi spiegò che i cambogiani erano sostanzialmente obbligati a restare nel loro paese e io, che ho trovato la mia felicità in una vita libera la mia felice, mi sono quasi commosso di fronte ai sogni irrealizzabili di quella ragazza. In quel momento, oltre a provare un senso di impotenza e di rabbia, ho provato anche tanta gratitudine.

Ero grato di essere nato nella parte del mondo dove un individuo può fare ciò che vuole della sua vita. Grato di avere avuto due genitori, un tetto sulla casa, un’educazione e la possibilità di mollare tutto a vent’anni e trasferirmi in Australia, un paese dove ero stato accettato solo perché avevo il passaporto “giusto”. I cambogiani non possono fare un anno di Working Holiday in Australia come avevo fatto io.

Grato di avere un certo passaporto, di essere libero, di essere vivo

Viaggiare ti mette di fronte a realtà che non avevi mai preso in considerazione e ti fa essere grato di tutto ciò che hai. Anche se a casa, in questo Occidente sprecone e consumista, vieni considerato un poveraccio, in viaggio capisci che in realtà sei un privilegiato rispetto al 90% della popolazione mondiale.

Onestamente, io non ero propriamente consapevole della mia fortuna quando partii per la prima volta. Tutt’altro, ero molto arrogante e convinto che molte cose mi spettassero di diritto. Viaggiare mi ha fatto diventare umile mettendomi di fronte alla realtà dei fatti, ma soprattutto mi ha insegnato il valore della gratitudine.

La gratitudine è la colonna portante della nostra felicità. Perché dopo aver viaggiato e aver osservato con i tuoi occhi la miseria, la povertà, il degrado e la violenza che devono affrontare miliardi di persone ogni giorno, capisci che non hai bisogno di molto per essere felice. Il nuovo smartphone o l’ossessione di essere sempre perfettamente vestita assumono un valore molto relativo dopo che hai visitato certi luoghi e hai conosciuto eroi sconosciuti che combattono ogni giorno per sopravvivere.

Sei grato di avere una testa e un corpo funzionanti. Sei grato di avere un passaporto che ti permette di viaggiare. Sei grato di avere cibo caldo nel piatto ogni giorno. Sei grato di essere libero.

E poi c’è la forma di gratitudine più pura di tutte: sei grato di esserci.

Sii grato di essere vivo e inizierai il tuo percorso verso la felicità

Sei grato di essere vivo, perché non tutti hanno questa fortuna. È forse la cosa che più sottovalutiamo, ma pensaci: c’è chi oggi non è più qui e non può godere della bellezza e delle opportunità del mondo. Passiamo intere giornate a lamentarci di piccole cose che trasformiamo in tragedie, quando c’è chi non ha più nemmeno la possibilità di lamentarsi.

Giusto per restare in tema, provai un’immensa gratitudine visitando i killing fields di Pnomh Penh, in Cambogia: lì dove milioni di innocenti erano stati massacrati da Pol Pot pochi decenni prima, io camminavo come un uomo libero. In un luogo di morte e totale disperazione ero grato di essere vivo, una sensazione molto intensa che racconto nel mio libroLe coordinate della felicità“.

Quando adotti questa mentalità, capisci che la tua felicità dipende da una cosa: la gratitudine. È questo il punto di partenza, il primo passo: essere grati. Poi svilupperai la tua felicità a modo tuo, perché per ognuno di noi ha una forma diversa ma non puoi essere davvero felice se non impari ad essere grato.

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