La follia di comprare cose che non puoi permetterti per impressionare gente che detesti

Photo by Daniel H Tong

Si sente spesso dire che la società occidentale sia basata esclusivamente sul denaro ma in realtà c’è una forza molto più grande e subdola che governa la maggior parte degli aspetti della nostra vita: la competitività.

Siamo ossessionati dal denaro per il semplice fatto che si tratta dello strumento più efficace per provare a superare gli altri in questa grande corsa in cui ci buttano fin da bambini. Una corsa nella quale il traguardo non esiste nemmeno, perché non ci sentiremo mai arrivati. Ci diranno sempre che si può fare di più, che non sia abbastanza.

Una corsa infinita che non ci porta da nessuna parte, nella quale l’unica cosa che conta è essere migliori delle persone che corrono al nostro fianco.

La schiavitù della competitività

È questa la competitività che caratterizza le nostre vite e i rapporti che abbiamo con gli altri fin da quando piccoli. Quando ti dicono che devi prendere i voti migliori a scuola. E non è una questione di ambizioni perché le ambizioni sono importanti e salutari… almeno finché non diventano un’ossessione. Nel mio libro scrivo:

Un ragazzo canadese che avevo incontrato nella comune pochi giorni prima mi aveva detto che secondo lui la rovina dell’uomo occidentale è da collegare direttamente alle ambizioni. Non riusciamo a controllarle, non sappiamo mai accontentarci e alla fine perdiamo tutto nel tentativo di puntare sempre più altro. Subito non avevo compreso a fondo le sue parole, ma in quel momento iniziai a capire cosa intendesse.

Tratto da “Le coordinate della felicità

La competitività potrebbe anche essere un buon modo per mantenere alte le motivazioni e non smettere di lavorare per i propri sogni ma nella forma in cui ci viene presentata al giorno d’oggi non è altro che una schiavitù. Non c’è alcun equilibrio, siamo completamente assorbiti dal desiderio di primeggiare e non accontentarci mai. E quando non c’è equilibrio nella nostra vita, finiamo inevitabilmente per perdere il controllo e allontanarci dalle nostre coordinate della felicità.

Quando succede, spesso ci ritroviamo a compiere azioni assolutamente insensate. Facciamo cose che un tempo avremmo ritenuto folli, ma in quel momento, condizionati dalla febbre della competizione, ci sembrano giuste e “normali”.

Un comportamento privo di razionalità che accomuna tante persone schiave della competitività riguarda il modo in cui spendiamo i nostri soldi.

Etichette, categorie e giudizi superficiali

Ormai al giorno d’oggi siamo abituati a giudicare il valore di una persona in base ad aspetti puramente materialistici e superficiali. Succede non per caso, ma perché è la società a incasellare ognuno di noi dentro categorie ben precise e ad apporre sulla nostra vita delle etichette che ci distinguano immediatamente. Una strada che la maggior parte delle persone segue senza porsi alcuna domanda.

Non siamo più persone, siamo categorie. Non esiste Marco, esiste Marco il benzinaio. Non esiste Maria, esiste Maria la zitella che a trentacinque anni è ancora single. Abbiamo permesso a semplici parole e numeri di definire ciò che siamo, quando la nostra essenza è qualcosa di molto più complesso e profondo. È un modo di vivere e di interagire davvero assurdo e maledettamente superficiale quello che porta a rispondere che va tutto bene anche quando vorresti solo scappare il più lontano possibile. Significa utilizzare parole vuote per esprimere pensieri vuoti, spacciandoli per la nostra identità.

Tratto da “Le coordinate della felicità

Quando siamo a scuola è tutta una questione di graduatorie, classifiche, di chi è primo e chi è ultimo. Chi è il secchione e chi l’asino, chi è l’amico di tutti e chi è lo sfigato.

Sul lavoro il fattore competitività diventa ancora più totalizzante: non sei una persona, sei il numero sul tuo badge. Un computer determina la qualità del tuo lavoro e i risultati che ottieni ti definiscono meglio di qualsiasi caratteristica umana tu possa avere. È il tuo capo a decidere se vali come essere umano o sei solo un nullafacente che ruba lo stipendio.

E nella vita privata, invece? E nel tempo libero in base a cosa veniamo giudicati?

La risposta è molto semplice: in base al tenore della vita che ostentiamo. Gli elementi con cui gli altri ci giudicano e decidono quanto valiamo sono sempre i soliti: quanto è grande la casa in cui viviamo, quanto è potente l’auto che guidiamo, quale smartphone utilizziamo, quanti soldi abbiamo e via discorrendo.

Così, per impressionare gli altri, accettiamo di abbassarci al loro infimo modo di ragionare e diventiamo schiavi di un certo tipo di consumismo volto esclusivamente ad apparire in un certo modo.

Lavori per comprare cose inutili…

Cosa facciamo per guadagnarci la stima e il rispetto degli altri? Lo diceva profeticamente Tyler Durden, il protagonista di Fight Club: “Compriamo cose che non ci servono con soldi che non abbiamo per impressionare gente che non ci piace

È un comportamento assurdo, se ci pensi bene. Lavori ogni giorno dal lunedì al venerdì (se ti va bene) per otto ore al giorno (se ti va bene). Per poter guadagnarti lo stipendio esci di casa al mattino e torni alla sera. Ti ritrovi con una o due ore libere al giorno (se ti va bene). Ma accetti tutto questo, perché così puoi guadagnarti da vivere.

Quando finalmente ricevi quei soldi alla fine del mese, quelli per cui hai fatto tante rinunce (spesso senza nemmeno rendertene conto), cosa fai? Li spendi per comprare oggetti che non ti servono davvero. Una casa che non puoi permetterti e per cui ti indebiterai per quarant’anni. L’auto nuova, anche se quella che avevi prima funzionava senza problemi. Un vestito nuovo, anche il tuo armadio è già strapieno.

Ma ancora più assurdo è il motivo per cui lo fai: per impressionare gli altri. Già, perché se non ci fossero persone su cui vuoi provare a fare colpo, non ti toglieresti questi cosiddetti “sfizi”. Lo sai anche tu di non aver bisogno di quel paio di scarpe o del nuovo iPhone. Ma lo compri perché, forse inconsciamente, credi che così puoi comprare anche la stima degli altri.

… per impressionare gente che non sopporti

E a ben pensarci… chi sono questi “altri“?

Colleghi con cui non prenderesti nemmeno un caffè se non fossi costretto a vederli ogni giorno. Conoscenti che definisci amici solo per una questione di comodità, ma con cui non hai nulla in comune. E poi tanta, tanta gente che con il loro modo di fare ti ferisce quotidianamente.

Spesso sono persone che detesti e che, se potessi, non frequenteresti nemmeno. Eppure vuoi fare colpo su di loro, speri di vedere dell’ammirazione nei tuoi confronti quando ti guardano con lo smartphone da €1.000 in mano o il tavolo riservato in discoteca.

Così ti ritrovi a spendere i soldi che hai guadagnato facendo un lavoro che odi per comprare oggetti di cui potresti fare a meno con lo scopo di impressionare gente che non sopporti.

Poi, magari, quando vedi sui social network una persona che viaggia a lungo, commenti con frasi come: “E i soldi chi te li dà? Facile con il bonifico di mamma e papà!“. Ma questo è un altro discorso

Non importa sembrare felice, importa solo esserlo

Ognuno è libero di fare ciò che vuole della propria vita, ma se ti senti parte della descrizione che hai appena letto, prova a uscire da quello schema mentale. Potrai sempre tornarci dentro se vorrai. Prova a fare una cosa tanto rivoluzionaria quanto importante: inizia a giudicarti in base alle tue aspettative di felicità e non in base a ciò che gli altri pensano di te.

Ti renderai conto immediatamente se sei davvero una persona di successo oppure no, perché l’unica forma di successo che conta davvero è essere felice. Se non sei felice, non importa niente di cosa pensano gli altri di te. Prova a non impressionare gli altri sembrando felice. Prova ad essere felice per davvero.

Come superare questo consumismo sfrenato ed essere felici?

Come si fa? Personalmente, uno dei primi passi più importanti per me è stato smettere di provare a riempire i vuoti che avevo dentro con le cose. Perché quei vuoti non sono concreti, quindi non c’è niente di materiale che possa riempirli. Come racconto anche nel mio libro “Le coordinate della felicità“, rendermi conto che tutti i momenti più felici della mia vita non riguardavano i soldi, gli oggetti e la materia ma le esperienze, le emozioni e un vivere semplice ma pieno mi aprii gli occhi.

Lo compresi in Canada, dove lavoravo all’epoca. Spesso mi capitava di uscire dal lavoro, sentirmi triste e fiondarmi ad acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di provare almeno un briciolo di piacere. Ma poi mi chiesi: questa è la vera felicità? Negli anni successivi provai un approccio diverso: meno cose, più esperienze. Iniziai a spendere i miei soldi soprattutto per viaggiare e la mia vita cambiò profondamente. Cambiò anche il mio stato d’animo: prima ero sempre frustrato e infelice, oggi, invece, posso dire senza esitazioni di avere una vita felice.

È solo perché ho abbandonato il materialismo e il consumismo sfrenati per ricercare l’avventura e le esperienze intense? Non solo, ma posso assicurarti che questo passaggio ha davvero fatto la differenza. Per essere felice non hai bisogno di tanto. Certamente non di tante cose.

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