Il gesto di unire i palmi delle mani ha un significato meraviglioso

Photo by Nick Fewings

Chi ha viaggiato in un paese asiatico avrà sicuramente notato un’usanza molto diffusa: il gesto di salutare con le mani giunte davanti al petto. Spesso lo fa inclinando la testa e sorridendo, qualcuno pronuncia anche il saluto ad alta voce.

In India, ad esempio, si compie questo gesto dicendo “Namaste“, che significa “mi inchino a te” ma va inteso come “la mia essenza spirituale si inchina dinnanzi alla tua”.

In Thailandia, invece, ho scoperto che il gesto di giungere le mani davanti al petto ha un significato diverso da quello induista: è un segno di rispetto verso coloro le persone più anziane o verso gli ospiti.

Ecco perché, anche solo scendendo dall’aereo a Bangkok è normale incontrare decine di persone che ti salutano in questo modo, con l’aggiunta del tradizionale “Sawadee ka“: è il modo in cui danno il benvenuto al visitatore, è la prima accoglienza che ti riserva il Paese del Sorriso.

Il gesto di giungere le mani davanti al petto è diffuso quasi ovunque nelle terre orientali e nel tempo ha assunto significati molto diversi tra di loro, a volte allontanandosi anche dalla sua connotazione originale.

Eppure non molti sanno che questo semplice gesto nasce in un contesto di grande spiritualità come quello della meditazione. Non solo nella tradizione indiana ma anche in quella giapponese, dove ha un significato molto interessante e positivo.

Il gassho, giungere le mani e meditare

Tra le tante forme di meditazione che si tramandano i monaci buddhisti giapponesi ce n’è una tanto semplice quanto importante, come sottolineava frequentemente Usui Sensei (uno dei monaci buddhisti più influenti in Giappone) nelle sue lezioni: il gassho.

Che cos’è il gassho? È una forma di meditazione in cui non si fa altro che giungere i palmi delle proprie mani davanti al petto. Un gesto che certamente non ha inventato il Buddhismo, visto che da sempre l’uomo prega in questo modo. Nel buddhismo, però, il gassho non significa semplicemente “mi inchino a te” come nell’induismo, né è una forma di preghiera come nel cristianesimo.

Il suo significato è diverso: la mano sinistra rappresenta te, la mano destra rappresenta la persona o l’entità con cui stai cercando di creare un contatto spirituale. Gassho significa quindi unire te a un’altra persona, oppure metterti in contatto con Dio o con Buddha o con la Natura.

È un atteggiamento di grande umiltà ma non di sottomissione: significa porsi allo stesso livello dell’altra persona con il massimo rispetto. È anche un gesto di pace e amore, perché una persona con le mani giunte davanti al petto non può attaccare, non può nascondere qualcosa, si espone per ciò che è senza nascondersi.

Il monaco buddhista giapponese Shunmyo Masuno spiega questo gesto millenario con poche, sagge parole:

Unendo i palmi delle mani, stimoliamo un senso di grande gratitudine. Non c’è spazio per il conflitto. Non possiamo attaccare qualcuno quando abbiamo le mani giunte, no? Una scusa offerta in questo modo placa subito la rabbia o l’irritazione. Qui risiede il significato del gassho

Non solo una forma di meditazione

Come detto, nella cultura buddhista, il gassho è una forma di meditazione elementare. I monaci buddhisti giapponesi suggeriscono di compiere questo gesto più volte durante il giorno, non per forza nei confronti di una persona, ma nel silenzio della propria casa, magari davanti a un amuleto o un santuario, ma anche senza avere nulla davanti.

D’altronde, è meditazione: giungi le mani, chiudi gli occhi, ti concentri sulla respirazione ed entri nel “qui e ora”. Così calmi la tua mente e il tuo corpo, ti ritagli uno di quei momenti in cui non c’è spazio per preoccupazioni e agitazione. Riprendi contatto con te stesso e con la realtà che ti circonda.

Ma questo gesto non è solo un rituale meditativo. Ha un valore universale che va oltre le definizioni culturali, religiose o storiche: giungere le mani davanti al proprio petto significa porsi con un atteggiamento di amore e positività verso il prossimo.

Perché giungere le mani davanti al petto

Io mi sono innamorato di questo gesto in Thailandia. Mi è subito venuto spontaneo rispondere nello stesso modo a chi mi salutava con le mani giunte e un bel sorriso sul volto, mi è sembrata fin dall’inizio la reazione più naturale possibile. Quando poi ho scoperto la bella interpretazione che i monaci buddhisti danno di questo gesto (io e te che ci uniamo sullo stesso livello), ho deciso di salutare in questo modo le persone che incontri nella mia vita.

Come spiego nel mio libro “Le coordinate della felicità“, dall’Asia ho portato nella mia vita quotidiana tanti gesti e tradizioni. Tra cui questa: saluto sempre così e non ne ho alcuna vergogna, anche perché vengo da una città dove raramente ho visto compiere gesti di amore: la gente non sorride, non si abbraccia, non si guarda nemmeno negli occhi. Siamo tanti, siamo tutti vicini eppure siamo maledettamente soli. Abbiamo scelto di rifugiarci nella solitudine perché convinti che gli altri siano una minaccia e non un valore.

Un semplice gesto come quello di giungere le mani davanti al petto, invece, è un’offerta di amore di cui il mondo ha davvero bisogno al giorno d’oggi. Ti invito a farlo, accompagnandolo con un sorriso genuino. Significa ricreare una connessione tra due esseri umani, ritrovare quel filo che ci collega tutti e che si chiama umanità.

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