Ribellarsi a un mondo globalizzato in cui non ha più senso viaggiare

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In un’intervista rilasciata pochi anni prima della sua morte, Pier Paolo Pasolini fece una riflessione estremamente intelligente e sicuramente profetica rispetto ai tempi che sarebbero arrivati. Parlando del fascismo, che aveva vissuto in prima persona, il poeta disse che l’Italia stava vivendo qualcosa di molto più pericoloso: l’avvento della società dei consumi.

“Oggi il regime è democratico”, disse Pasolini. “Però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non era riuscito ad ottenere, questa società dei consumi riesce ad ottenerla perfettamente distruggendo le varie realtà particolari del nostro paese. […] Senz’altro il vero fascismo è questa società dei consumi che è arrivata così rapidamente da non consentirci nemmeno di rendercene conto. L’Italia sta sparendo“.

Erano gli anni Settanta quando Pasolini pronunciava queste parole e l’Italia era ancora ben distante da quello che è diventata ora. Cos’è diventata esattamente? Un paese che ha già perso in gran parte le sue tradizioni e la sua cultura unica, barattata con oggetti, mode e convenzioni spesso nate in America e poi imposte attraverso un bombardamento di pubblicità incessante.

Ma questo discorso non riguarda solo la nostra nazione, bensì il mondo intero: il consumismo si sta infiltrando nelle crepe delle nostre esistenze modificando radicalmente la nostra identità e stravolgendo migliaia di anni di storia nel giro di meno di un decennio.

Dove una volta c’erano modi di vivere e identità uniche e caratteristiche, oggi ci sono modelli pre-confezionati che la maggior parte delle persone adotta senza alcuna consapevolezza.

Il pericolo dell’omologazione per chi ama viaggiare

Chi viaggia si rende conto di quanto il consumismo stia arrecando danni al nostro pianeta. E non è solo per la questione dell’inquinamento, che ho già trattato in un articolo dedicato. La società dei consumi sta distruggendo qualcosa che non si può toccare ma che ha un valore immenso: tradizioni e culture.

E così sta annullando uno dei motivi più importanti per cui amiamo viaggiare: la scoperta di qualcosa di diverso, nuovo e ignoto. Qualcosa che oggi è sempre più difficile trovare.

Sono convinto che solo viaggiare possa farti scoprire il mondo nel modo più vero e diretto possibile. I libri sono la teoria, viaggiare è la pratica. E allora sono sicuro che migliaia di viaggiatori attenti e consapevoli avranno notato ciò che purtroppo ho notato anche io durante i miei viaggi, specialmente in Asia: il mondo sta andando verso una deprimente omologazione.

Laddove fino a pochi anni fa c’erano culture e tradizioni antiche e forti, oggi sono arrivati gli stessi smartphone che abbiamo noi, gli stessi negozi e ristoranti che abbiamo noi, le stesse mode che abbiamo noi, lo stesso modo di vivere e ragionare che abbiamo noi, le stesse abitudini che abbiamo noi.

La globalizzazione ha di positivo un innalzamento delle condizioni di vita delle persone, maggiore libertà personale e di pensiero (almeno sulla carta), maggior benessere. Ma dovrebbe essere tenuta sotto stretto controllo, perché quando è esasperata finisce per distruggere tutto ciò che di autentico esiste al mondo.

Le differenze rendono il mondo meraviglioso, ma stanno scomparendo

Rispetto a quando Pasolini commentava amaramente gli effetti della società dei consumi in Italia, oggi i danni del consumismo sono arrivati a livelli mai visti prima. L’omologazione non riguarda solo più il mondo occidentale ma il mondo intero.

Succede perché oggi il mondo non è connesso, ma iper-connesso. E i social network, che sono diventati parte integrante della vita di quasi ogni essere umano, offrono modelli di vita a cui chiunque vuole puntare, che si tratti di un indiano, un italiano, un americano o un cinese.

Oggi le persone tendono verso un’omologazione spaventosa dettata dal fatto che tutti hanno gli stessi riferimenti e seguono gli stessi parametri di successo, ovviamente basati sulle apparenze (la fama sui social network) e il materialismo (il denaro e gli oggetti che si possiedono).

Così si rischia di far omologare il mondo intero intorno a ciò che decidono le multinazionali, produttrici di un’apparente felicità attraverso gli oggetti che promuovono ogni giorno, in ogni modo. Per quanto suoni tragico, non sarebbe una sorpresa se nel giro di qualche anno il mondo diventasse identico a se stesso ovunque, un luogo senza quelle differenze che lo rendevano tutto da scoprire.

Senza tradizioni e culture, che motivo c’è di viaggiare?

La società dei consumi rischia seriamente di vedere annullato il motivo per cui noi viaggiatori partiamo: scoprire qualcosa di nuovo, diverso e ignoto.

Una sensazione terribile che purtroppo ho già provato più volte, in più punti del mondo. Ad esempio mi sono innamorato di Bali ma come si intuisce leggendo il mio romanzo “Come una notte a Bali” certamente non di Kuta, la zona più popolare dove, dell’essenza di quell’isola, non c’è assolutamente nulla. Se ti guardi intorno, infatti, trovi solo fast food, negozi di abbigliamenti di noti brand internazionali e una “caccia” al turista che ha cancellato ogni traccia di autenticità.

Succede non solo perché oggi i modelli che ci vengono proposti sono gli stessi che vengono proposti a chi vive dall’altra parte del pianeta, ma anche perché la società dei consumi induce le persone a credere che i soldi siano l’unico mezzo per la felicità. E così, la gente ha fatto del lavoro un motivo di vita, per poter avere più soldi da spendere in oggetti utili solo a gonfiare il proprio ego.

Succede nelle nostre società occidentali, ma ormai succede ovunque. La fame di denaro è ciò che trasforma un luogo autentico in un luogo iper-turistico e finto, di quelli che ti fanno chiedere: “Ma sono davvero andato così lontano da casa per vedere cose che ho già visto mille volte?”

Essere viaggiatori e dare un esempio diverso

Come si combatte, quindi, l’avanzata della società dei consumi? Personalmente, credo che ci sia un modo per farlo quando si viaggia e uno per la quotidianità.

Quando viaggi potresti innanzitutto scegliere destinazioni non ancora corrotte dal turismo. Ciò non significa rinunciare a destinazioni popolari come Bali o la Thailandia, ma visitarle stando alla larga dai luoghi eccessivamente affollati. Di ogni paese sulla faccia della Terra ci sono zone meno battute e più autentiche.

In secondo luogo, quando viaggi potresti dare un esempio diverso da quello che danno molti turisti. È facile criticare i modi di fare delle popolazioni locali, pensando che non dovrebbero mettere in vendita la loro identità. Ma al tempo stesso, se loro si comportano in un certo modo è solo perché dall’altra parte c’è il turista che spende soldi per ottenere ciò che vuole.

Supporta l’economia di Bali: invece di tornare a casa con la maglietta di un noto brand, perché non acquistare una statua di legno intagliato, un sarong o un ukulele prodotti localmente?

Come una notte a Bali

Se il turismo si spostasse verso modi di viaggiare più rispettosi, consapevoli ed eco-friendly, le popolazioni locali proporrebbero attività ed esperienze più rispettose, consapevoli ed eco-friendly.

Nel suo piccolo, ognuno può fare la differenza. Ti propongono un tour in sella agli elefanti in Thailandia? Rifiuta e vai a visitare un santuario dove questi animali tornano gradualmente alla libertà dopo anni di soprusi. Se tutti facessero così, non ci sarebbero più turisti in sella agli elefanti e quindi non ci sarebbero più elefanti costretti a vite miserabili.

Combattere il consumismo con il Minimalismo

Il secondo modo in cui si combatte questa società dei consumi non riguarda solo il viaggio ma il modo di vivere in generale. È il Minimalismo, una mentalità che significa, molto semplicemente, cercare di eliminare il superfluo dalla propria vita e godere a pieno dell’essenziale che invece la caratterizza. Concretamente significa possedere poche cose ma davvero utili, niente armadi strapieni, niente scrivanie ricoperte di oggetti, niente acquisti inutili.

Il Minimalismo è la migliore arma che abbiamo per combattere gli effetti devastanti del consumismo. Scegliere di trovare la propria felicità e la propria realizzazione personale nelle esperienze invece degli oggetti è un gesto di ribellione fortissimo di questi tempi.

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