4 lezioni di vita che puoi imparare dai tuoi fallimenti

Photo by Toa Heftiba

La paura di fallire è uno dei pesi più grandi che l’uomo si porta dentro il cuore.

È così da sempre: il timore di provare a fare qualcosa di diverso e magari rischioso, ci ferma e ci inchioda nello stesso punto in cui siamo da sempre. Se quel puntino nell’universo ci piace, non c’è nessun problema. Ma se non ci piace, resteremo lì ad affondare in un mare di infelicità.

Ma se un tempo era accettabile questa condizione, perché le alternative non esistevano (come poteva il figlio di un umile contadino cambiare una vita già scritta?), trovo che oggi sia drammatico (e anche irrispettoso verso chi non ha avuto la nostra fortuna) quanto le persone si arrendano così facilmente all’infelicità.

Con tutte le opportunità, la libertà e i mezzi che abbiamo a disposizione, ognuno di noi può fare ciò che vuole della propria esistenza. E se ci sono impedimenti concreti, può comunque provare a mettere in atto piccoli cambiamenti per migliorare la propria quotidianità.

Ciononostante, la paura di fallire è più forte che mai al giorno d’oggi. Forse perché riversiamo tutta la nostra vita sui social media e in questo modo ci sentiamo esposti e vulnerabili, forse perché ci dicono continuamente che possiamo essere tutto ciò che vogliamo e in questo modo sentiamo il peso insostenibile di mille responsabilità.

Non importa il motivo, comunque, ciò che importa è superare la paura di fallire. Personalmente, ho sempre trovato terapeutico, in questo senso, provare a trovare una lezione in ogni mio fallimento. È un atteggiamento che ti permette di affrontare meglio ogni insuccesso e fa passare quella tremenda paura di riprovarci, quella che ti paralizza.

4 LEZIONI DI VITA CHE PUOI IMPARARE DAI TUOI FALLIMENTI

1. I fallimenti dicono tanto su di te

I tuoi errori dicono tanto su di te, perché quando li hai commessi, non sapevi che erano errori. Credevi potesse funzionare, credevi fosse giusto, e per questo motivo i tuoi errori dicono chi eri e chi sei.

Mostrano ciò che desideravi e ciò che ti spaventava, le persone che cercavi e quelle da cui volevi scappare. Dicono moltissimo su ciò che ti rende felice e ciò che invece ti deprime.

C’è un timore diffuso a parlare apertamente dei propri errori, come se fossero una brutta cicatrice da nascondere In questa società dominata dalla competitività, c’è da vergognarsi di essere il secondo classificato, figuriamo di aver sbagliato.

Crediamo che niente sia peggio di una sconfitta e così cancelliamo il ricordo dei nostri errori. Non ci ripensiamo mai, non ne parliamo, non li condividiamo, non li ammettiamo. E così finiamo per ripeterli, senza sosta.

Ma ogni tanto dovremmo riavvolgere il nastro ogni tanto, anche se fa male. Rivivere le sensazioni che provavamo quando abbiamo sbagliato, tornare indietro con la mente, versare lacrime e prendere appunti. Perché le lezioni più importanti non le impariamo dai nostri successi, ma dai nostri errori.

2. Fallire è inevitabile quando non ti accontenti

Sai chi non sbaglia mai, ma proprio mai? Chi non ci prova. È molto semplice: non è vero che nella vita puoi vincere o perdere, puoi anche pareggiare. Come nel calcio: ci sono squadre che attaccano e si prendono rischi nel tentativo di vincere. A volte vinceranno, a volte perderanno. Chi non ci prova mai, invece, si accontenta dello 0-0 e punta a sopravvivere anno dopo anno.

Ma la vita non è una partita di calcio. Nella vita voler “giocare” per un pareggio sicuro significa scegliere di non vivere a pieno delle proprie potenzialità. Vuol dire sprecare il proprio tempo su questa terra ad accontentarsi, sempre e comunque.

Fallire non significa essere un fallito. Significa credere di poter cambiare le cose, mettersi in gioco per qualcosa di importante, provarci sempre e comunque. C’è da esser fieri dei propri fallimenti, come se fossero cicatrici da mostrare con orgoglio, e invece ne abbiamo una paura tremenda. Ci vergogniamo profondamente, quando la vergogna dovrebbe appartenere a coloro che non rischiano mai, a coloro che hanno barattato i loro sogni con la sicurezza di un’esistenza piatta e incolore.

 

“Le coordinate della felicità”

Se invece scegli di rischiare e inseguire progetti e sogni che ti porteranno lontano dalla strada battuta e da tutte le sicurezze del caso, qualche volta fallirai. Cadrai e ti farai male, perché i fallimenti sono inevitabili quando non ti accontenti. Ma a lungo andare, oltre a qualche sconfitta, ci saranno anche tante vittorie, quelle che chi gioca per pareggiare non assaporerà mai.

Rischia ogni tanto, non avere paura. Rischia di essere felice.

3. Fallire ti fa scoprire di cosa sei davvero capace

Se c’è una cosa che ho imparato dai miei fallimenti è che ogni volta che cadi scopri di valere molto più di quanto pensassi. Può sembrare assurdo, perché fallire dovrebbe proprio farti pensare il contrario, ovvero di esserti sopravvalutato.

La verità è un’altra: solo quando tocchi il fondo capisci veramente quanta forza hai. D’altronde è facile credere di non essere abbastanza quando va tutto bene e non hai nessuna sfida davanti a te. La noia prende il sopravvento, tutto è scontato, e in quei casi rischiare di mettersi in gioco ti sembra un’impresa impossibile.

Ma quando invece ti sei buttato e sei caduto, a quel punto non hai scelta: o sprofondi o ti rialzi. E ogni volta che ti ritrovi a sbattere la faccia contro i muri che la vita ti mette davanti, ti rialzi. Così capisci di valere molto più di quanto credessi e di avere molta più forza dentro di te.

Una consapevolezza che ti porti dietro anche quando le cose vanno bene, ecco perché spesso le persone che hanno fallito sono anche le più intraprendenti: perché se sono riusciti a uscire da certe tenebre, per loro cambiare completamente vita è un gioco da ragazzi.

4. A volte i fallimenti sono una benedizione

Potrei spiegare perché i fallimenti sono una benedizione in mille modi diversi ma c’è un antico racconto cinese che lo fa nel migliore dei modi:

Tanti anni fa, nelle campagne cinesi, un uomo e suo figlio vivevano in un piccolo villaggio. Non possedevano molto: una baracca, un campo da coltivare e un cavallo per arare il campo.

Un giorno il cavallo scappò. Gli abitanti del villaggio andarono a trovare l’uomo e gli dissero: “Il cavallo era necessario per poter lavorare. Che sfortuna hai avuto!”.

E l’uomo rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

La settimana successiva, il cavallo fece ritorno insieme ad altri due cavalli selvatici. L’uomo e il figlio si ritrovarono quindi con tre cavalli. Gli abitanti del villaggio sorrisero all’uomo e gli dissero: “Avevi un solo cavallo e ora ne hai tre. Che fortuna hai avuto!”.

E l’uomo rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Pochi giorni dopo il figlio era intendo a pulire la stalla del cavallo, troppo piccola per contenerne tre. Uno degli animali si agitò e lo colpì con forza, facendolo cadere. Il ragazzo si ruppe la gamba. Gli abitanti del villaggio passarono davanti all’abitazione e dissero al padre: “Tuo figlio è il tuo unico aiutante e famigliare. Che sfortuna hai avuto!”

E l’uomo rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Alcune settimane dopo, alcuni ufficiali dell’esercito arrivarono nel villaggio e iniziarono a reclutare tutti i giovani per portarli a combattere una guerra che sapevano di non poter vincere. Quando passarono dalla casa dell’uomo e videro che suo figlio aveva la gamba rotta, decisero di non portarlo in guerra.

Gli abitanti del villaggio, saputa la notizia, dissero al padre: “I nostri figli vanno a morire in guerra e il tuo invece no. Che fortuna hai avuto!”

E l’uomo, come sempre, rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Non puoi sapere se ciò che oggi ti fa disperare non si rivelerà una benedizione un domani. Come racconto nel mio libro “Le coordinate della felicità“, fino a qualche anno fa vivevo a Vancouver e credevo di aver trovato il mio posto nel mondo. Non avrei mai lasciato quella città di mia spontanea volontà ma poi un grave problema famigliare mi costrinse a tornare in Italia in fretta e furia.

Mi ritrovai senza laurea, senza lavoro e senza prospettive mentre tutti i miei coetanei erano già ben avviati in carriere sicure. Lo vivevo come un fallimento ma dovendo ripartire da zero, scelsi di farlo da ciò che mi rendeva felice. Mi misi in testa che avrei trasformato la mia passione per la scrittura in un lavoro.

Oggi, dopo diverse migliaia di articoli mandati online e un libro pubblicato, posso solo ringraziare l’Universo per avermi portato via da Vancouver e avermi mostrato che le coordinate della mia felicità erano altre.

Non vivere i fallimenti come un dramma. Dai tempo al tempo, aspetta prima di giudicare. Come dice il saggio cinese, “forse sì, forse no. Vedremo“.

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