Perché viaggiare è il miglior antidoto al razzismo

Viaggiare non significa semplicemente muoversi. Vuol dire scoprire, scoprirsi e soprattutto generare consapevolezza dentro di sé. Perché se è vero che visitiamo bei posti, ci rilassiamo, ridiamo, mangiamo bene e viviamo momenti indimenticabili, viaggiare significa anche aprire gli occhi, smettere di guardare in una sola direzione e iniziare a vedere la realtà nel suo complesso.

Quando viaggi non puoi far finta di niente. Non puoi chiuderti nella tua cameretta e fingere che il mondo là fuori non esista. Sei nel mondo là fuori, è tutto intorno a te. Non puoi evitarlo. Devi fare un bel respiro, spalancare gli occhi e iniziare a cogliere tutto, anche ciò che proprio non vorresti vedere.

IG @brunatenorio

Viaggiare significa diventare consapevoli

Prima di iniziare a viaggiare avevo una mentalità ristretta. Credevo che ci fossimo noi e loro, i ricchi e i poveri, i buoni e i cattivi, i vincenti e i perdenti, gli innocenti e i colpevoli. Vedevo tutto in bianco o nero e avevo la tendenza a giudicare gli altri con una facilità disarmante, spesso basandomi su pregiudizi e sul “sentito dire“.

Se mi dicevano che in un certo paese derubano i turisti, non mi informavo, non leggevo e non pensavo minimamente di andare a verificare personalmente. Lo prendevo per vero, dominato com’ero da ignoranza e mancanza di consapevolezza.

Poi ho iniziato a viaggiare. Prima due esperienze di vita all’estero nelle quali ho cambiato prospettiva e da residente nel mio paese sono diventato un immigrato in un paese lontano migliaia di chilometri da casa (l’Australia e il Canada, di cui parlo anche nel mio libro). Poi ci sono stati veri e propri viaggi, e così mi è capitato di esplorare luoghi sconosciuti senza pensare alla pericolosità, senza informarmi, senza pormi tappe obbligatorie.

Mi è capitato di dormire nella casa di una famiglia laotiana che viveva con meno di due dollari al giorno e mi regalava i sorrisi più belli mai visti. Ho avuto modo di scoprire tutto quello che si cela dietro alle apparenze da Instagram di Bali, specialmente la forte barriera che c’è tra balinesi e javanesi. E poi ho potuto parlare con un ragazzo indiano che mi ha spiegato che a volte, semplicemente, non puoi fare altro che partire.

My dirty India

Magrissimo, con un sorriso gentile e timido, parlava un pessimo inglese ma riusciva a farsi capire bene. Avrà avuto la mia età e serviva ai tavoli di un ristorante di strada nel nord della Malesia, quasi al confine con la Thailandia. La cittadina non era un granché, anzi, era un po’ triste. Così mi sono lanciato e gliel’ho chiesto:

“Perché sei venuto qui? Non era meglio l’india?
“L’India è bellissima”, mi ha risposto.
“E allora perché te ne sei andato?

Una domanda impertinente, di cui mi sono pentito subito. Ma lui non si è offeso, non se n’è andato. Ha mostrato un’espressione dolce, quella di chi sa di non poter tradurre in parole il macigno che porta sul cuore.

Con grande calma mi ha parlato delle caste e di quanto la maledizione di un nome possa rovinarti la vita per sempre, ancora oggi, nel 2019. Mi ha detto che se chiedi ad altri indiani probabilmente ti diranno che ormai nessuno bada più alle caste, ma sicuramente loro non hanno ereditato la natura di servitori come successo a lui. E poi mi ha detto che restare in India significava smettere di vivere. Mi ha fatto capire che restare a casa voleva dire dedicare il suo tempo su questa Terra al dolore.

“Qui non ho molto. Anzi, non ho niente”, mi ha confessato. “Ma posso andare in giro ed essere trattato come un essere umano“.
Qui sei libero“, gli ho detto.
“Esatto. Mi manca la mia sporca India ma qui sono libero”.

Ha pronunciato quel “my dirty India” con un tale dolore da farmi stare male. Si può amare e al tempo stesso odiare qualcosa così intensamente? Si può e succede a molte più persone di quanto possiamo immaginare.

IG @lostwithpurpose

Dov’è la nostra empatia?

Non ricordo il nome di quel ragazzo e non ha alcuna importanza. Anche il motivo dietro alla sua fuga in Malesia non ha importanza. Nemmeno il fatto che fosse indiano ha importanza.

I suoi occhi e la sua voce: ecco cosa ha davvero importanza. Ricordo poco di lui e di quello che ci siamo detti, ma ricordo la sua voce e i suoi occhi. Tono basso e sguardo a tratti malinconico, a tratti nostalgico, a tratti acceso dalla rabbia. Gli occhi tristi di chi non ha mai avuto la possibilità di scegliere ma si è sempre e solo dovuto adattare.

In questi giorni in cui tanto odio viene riversato sui social network nei confronti dei migranti e del “diverso” in generale, mi tornano spesso in mente quegli occhi e quelle parole, “my dirty India“. Immagino che molti di coloro che salgono su barche fatiscenti consapevoli di rischiare la vita pensino qualcosa di simile. “My dirty Africa“, magari.

Di certo so solo una cosa: dovremmo preoccuparci meno di loro e preoccuparci più di noi. Della nostra incapacità di provare sentimenti di fronte a quegli occhi, a quella disperazione. Dell’insensibilità di fronte ai cadaveri che galleggiano in acqua. Mi chiedo se certi odiatori da social network si rendano conto che ognuno di quei corpi rappresenta una vita spezzata per sempre e un dolore infinito per i famigliari.

L’empatia. Dov’è finita la nostra empatia, quel sentimento puro che va oltre alle colpe, i meriti, le motivazioni e le circostanze? Quel desiderio di aiutare un altro essere vivente senza se e senza ma?

Se di fronte alla disperazione e al dolore, che sia quello dei migranti o di chiunque altro, non provi niente, mi permetto di darti un consiglio: inizia a viaggiare.

Come un viaggiatore, non come un turista. Immergiti in altri luoghi, abbraccia il diverso e mettiti nella posizione di conoscere personalmente chi ha un colore della pelle diverso dalla tua o parla un’altra lingua o crede in un altro Dio. Parla con le persone, comunica con gli occhi e con le parole.

E se non puoi viaggiare, leggi. La lettura è forse la forma più basilare di viaggio, quella accessibile a chiunque. Che sia fisicamente o mentalmente, inizia a viaggiare. Imparerai due lezioni.

Non hai alcun merito nell’essere nato nella parte “giusta” del mondo

La prima è che non esiste alcun merito nel nascere nella parte “giusta” del mondo. Non sei stato più bravo degli altri, non hai conquistato niente: sei stato semplicemente fortunato. Se da bambino avevi un tetto sulla testa, lo stomaco pieno, una famiglia intorno, gli amici e la possibilità di ricevere un’istruzione non è altro che fortuna.

Hai ricevuto tutto ciò in regalo e hai sfruttato questa situazione privilegiata. Dovresti ringraziare l’universo e i sacrifici dei tuoi genitori, ma ricorda sempre che non è merito tuo.

Perché nessuna persona, potendo scegliere, deciderebbe di nascere e crescere in mezzo alla povertà, il degrado e la morte. Nessuno vorrebbe dover lasciare la propria casa e i propri cari per vivere in un grigio paese nel nord della Malesia o per rischiare la vita in mezzo al mare sperando di sbarcare nella “terra promessa”.

Te ne rendi conto quando viaggi e scopri in quali condizioni vive la maggior parte della popolazione mondiale. Alcuni meglio, altri peggio, ma fuori dall’Occidente quasi tutti hanno molto meno di noi. Quando lo vedi con i tuoi occhi, senza il filtro di uno schermo, capisci che non esistono meriti nell’avere un certo passaporto o nell’aver avuto il privilegio di poter studiare.

Il tuo merito sta nel modo in cui sfrutti le opportunità della vita ma quando viaggi capisci che non tutti partono dallo stesso puntoLa vita è una montagna: noi occidentali iniziamo la scalata in alto, con la cima ben visibile. Miliardi di persone iniziano la loro scalata a terra, alcuni persino senza strumenti per salire.

Alcuni, per la disperazione, fanno scelte avventate (come quella di salire su un barcone affidandosi a dei criminali) e finiscono per precipitare e perdere la vita. È davvero colpa loro? Tu cosa avresti fatto al loro posto?

Empatia. Finché non esci dal tuo piccolo quadrato di vita non te ne rendi davvero conto. Viaggia e apri gli occhi.

Siamo tutti diversi ma siamo tutti uguali. Siamo tutti umani

La seconda lezione è che siamo tutti diversi, ognuno con modi di vivere e intendere la vita unici. Le differenze esistono e sono ciò che rende il mondo un luogo tanto affascinante, ma quello che scoprirai è che nell’essere diversi siamo tutti uguali.

Siamo esseri umani. Abbiamo sogni, ambizioni, paure e desideri di felicità. Tutti noi proviamo le stesse emozioni. Le provi tu nella sicurezza della tua casa e le prova chi non sa nuotare e iniziare a pregare mentre il barcone si rovescia lentamente in acqua.

Entrambi vi siete innamorati almeno una volta, avete pianto, avete gioito, avete riso fino a piangere e vi porterete sempre dietro ricordi indimenticabili, belli e brutti. Avete avuto amici e amori, avete vinto e perso. Avete entrambi un cuore e un cervello, spesso in contrasto tra di loro. Perché, per quanto diversi, siete uguali. Siete entrambi esseri umani.

Questo non è un discorso politico, non riguarda il fenomeno complesso dell’immigrazione. Non è un discorso economico. È un discorso sull’empatia: restiamo umani o non ci resta più niente.

IG @ivhq

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