Perché dovresti uscire dalla tua comfort zone, anche se è doloroso

Photo by Tom Sodoge

“Sei un fottuto idiota! Un incapace, un rifiuto della società!”

Queste parole non furono pronunciate da una mia ex fidanzata, né da una persona a cui avevo rubato dei soldi o fatto qualcosa di male. Fu un uomo alto, biondo e arrabbiatissimo a urlarle, dentro la cucina di un ristorante italiano in Australia.

Poco prima mi aveva trascinato in mezzo alla cucina mentre stavo pelando le patate e mi aveva costretto a restare fermo e immobile davanti a tutti. Poi aveva iniziato a urlarmi in faccia tante cose spiacevoli. Parole forti e dirette, pronunciate con rabbia, a denti stretti, sputacchiando per il nervosismo.

L’uomo era tedesco ed era uno chef. Lo avevo conosciuto solo poche ore prima, quando mi ero presentato in quel ristorante dopo aver risposto a un annuncio di lavoro come kitchen hand, qualcosa di simile a un tuttofare della cucina.

Fin dall’inizio, lo chef si era dimostrato scorbutico e violento, tanto a parole quanto con il linguaggio non verbale: oltre a sbraitare ordini, sbatteva padelle e lanciava cose in giro per la cucina. Ma soprattutto, quell’uomo aveva deciso che io sarei stato il suo bersaglio per tutta la serata.

Ero terrorizzato e mi sentivo umiliato. Avevo male a ogni muscolo del mio corpo e pregavo di sopravvivere fino al termine della serata. Ero disperato perché mi chiedevo come potessi non essere in grado di svolgere un lavoro così semplice come pelare delle maledettissime patate.

Eppure, da qualche parte dentro di me, provavo una strana e imprevedibile forma di felicità.

Imparare ad amare se stessi

Era una forma di felicità nuova, che non avevo mai sperimentato prima. Una felicità che sapeva di pura vita. Mi sentivo vivo, ecco.

Fui l’ultimo a lasciare la cucina, perché dovetti ripulire tutto da cima a fondo. Quando uscii dal ristorante ero a pezzi. Eppure ero felice.

Felice di aver finito di lavorare, ovviamente, ma non solo. Perché quella sera, avevo fatto qualcosa che non avrei mai e poi mai fatto se poche settimane prima non avessi trovato la forza di partire verso l’ignoto: avevo imparato ad amare me stesso.

Quando uscii, l’aria fresca mi fece tornare indietro con la mente a quella mattina grigia e fredda di Torino di poche settimane prima.

Vivere dentro la comfort zone, vivere dentro una bugia

Un letto, quattro mura, la mia scrivania, il mio armadio: mi trovavo nella stanza in cui ero cresciuto da bambino e da adolescente. Conoscevo ogni angolo, ogni dettaglio, ogni crepa e ogni nascondiglio di quel luogo. Ero immerso fino ai capelli dentro la mia comfort zone: lì dentro non c’erano sorprese e tutto era sotto controllo.

Non c’era nessuno chef tedesco a dirmi quanto fossi un rifiuto della società. Non c’era la frenesia tipica di una cucina nel pieno del servizio, non c’erano chili e chili di patate da pelare. Non c’erano luci al neon, né urla, né imprecazioni, né occhiatacce aggressive.

E non c’era nemmeno la preoccupazione di trovare in fretta un lavoro perché l’affitto è alto e i risparmi sono finiti. Non c’erano le preoccupazioni legate al futuro immediato. Non c’era niente di cui preoccuparsi, eppure avevo una paura enorme.

Perché in quella vita da universitario tranquilla e sicura che avevo prima dell’Australia ero tante cose, ma non ero mai me stesso. Ogni singolo giorno indossavo una maschera e un’armatura per nascondere al mondo intero i miei difetti, le mie cicatrici e la mia vera natura. E quando mi guardavo allo specchio mi chiedevo: “Ma chi sei tu?

Per questo motivo ero partito: perché avevo una paura totale di quelle sabbie mobili in cui mi stavo lentamente immergendo.

Io che sognavo luoghi lontani e affascinanti, non potevo arrendermi così facilmente all’idea di passare un’intera esistenza in una città dove non mi ero mai sentito a casa. Avevo avuto la sensazione che dovessi partire prima di ritrovarmi a non avere più la determinazione, il tempo e l’energia di farlo.

Così, nel giro di poche settimane, ero passato da una vita facile, normale e “giusta” in Italia a una vita nella quale dovevo guadagnare soldi in fretta in un paese straniero prendendo insulti da un tizio mai visto prima, senza la minima idea di cosa avrei fatto in futuro.

Eppure, incredibilmente, in quel modo ero passato dalla paura alla felicità. Ci avrei mai creduto se me lo avessero raccontato prima di partire? Ovviamente no. Proprio per questo è fondamentale uscire dalla propria comfort zone: ti mostra possibilità che non pensavi nemmeno esistessero.

Uscire dalla comfort zone e iniziare a vivere

In quella cucina in Australia, solo poche settimane dopo, ero stato me stesso. Finalmente. Lo avevo fatto per necessità, perché non avevo il tempo e le energie per montare un’armatura di apparenze come avevo sempre fatto. Non potevo fingermi felice o sicuro. Potevo solo essere me stesso.

Lontano dalla mia cameretta, lontano dalle sicurezze, lontano da tutto ciò che conoscevo a memoria, ero stato costretto a imparare a cavarmela da solo. E per la prima volta avevo scoperto che non dovevo temere questo confronto.

Anzi, scoprii con immensa gioia che non ero poi così male. Forse non avevo poi tutto questo bisogno di sforzarmi di apparire meglio di ciò che ero realmente. Forse dovevo solo partire da me e seguire le coordinate della mia felicità, invece di farmi ossessionare dalle aspettative altrui.

Avevo capito che la vita, quella vera, comincia fuori dalla comfort zone, lontano da tutto ciò che è talmente scontato da risultare banale. Non è nelle abitudini e nella routine che troviamo quell’impatto brusco con noi stessi necessario per accendere la fiamma che abbiamo dentro, ma nelle situazioni nuove e ignote.

Quella sera, in Australia, prima di andare a dormire, mi fermai a guardare l’immenso cielo stellato sopra Perth.

Trovare le coordinate della felicità

Ero giovane, senza un soldo e senza prospettive, stravolto fisicamente ma con la mente cullata da un mare di pace e serenità. Ricordo che di fronte a quelle stelle promisi a me stesso che mi sarei dato una possibilità e avrei sempre cercato di esplorare tutte le alternative prima di accettare passivamente ciò che “altri” avevano deciso fosse giusto per me.

Non sapevo che negli otto anni successivi avrei fatto del desiderio di scoprire un motivo di vita. Non potevo sapere che l’Australia mi avrebbe dato tantissimo ma che ci sarebbe stata una fine. Non sapevo che dopo ci sarebbe stato il Canada e me ne sarei innamorato profondamente, ma non sapevo nemmeno che l’Universo avrebbe deciso di farmi lo sgambetto e costringermi a tornare indietro.

Non potevo sapere che avrei trovato il modo di fare del mondo intero la mia “casa” slegandomi dai nodi di un lavoro e di una vita tradizionali e diventando un nomade digitale. Non avrei mai creduto che un giorno avrei attraversato il Vietnam in moto oppure che avrei nuotato in tre diversi oceani o che mi sarei commosso davanti alla bellezza del mondo osservando un’alba in Portogallo.

Ma se mi avessero detto che un giorno le avrei trovate, le coordinate della mia felicità, a quello avrei creduto.

Perché quella sera, tra insulti e frenesia, tra terrore e disagio, tra piccole conquiste e tanta fatica, avevo capito che il vero viaggio non è quello che ti porta dall’altra parte del mondo.

Il grande viaggio inizia dentro di te, non fuori

A volte è necessario andarsene, proprio come lo era stato per me, ma non sarà mai un luogo, né tanto meno una persona o un oggetto, ad accendere la fiamma della tua felicità. Ciò che si trova all’esterno può solo alimentarla o provare a spegnarla, ma la prima scintilla dipende solo ed esclusivamente da te.

Lo avevo capito quando mi ero trovato costretto a cavarmela da solo e non avevo potuto fare altro che essere me stesso e apprezzarmi per ciò che ero.

Con i tagli sulle dita delle mani, l’odore di cibo sui vestiti e gli occhi rivolti al cielo, compresi che ogni nostra piccola o grande rivoluzione inizia in un posto ben preciso: dentro di noi. Da qualche parte tra il cuore e la testa.

Quella sera non avevo la minima idea di cosa la vita avesse in serbo per me, ma di una cosa ero certo: non avrei permesso al tempo di passare inesorabile, non avrei subito passivamente la mia esistenza come la comparsa di un film diretto e interpretato da altri.

Avrei provato a fare di ogni singola giornata un capitolo prezioso e unico di un libro straordinario: quello della mia vita.

Quello che in un punto imprecisato del futuro sfoglierò poco prima di andarmene, con un sorriso vero sulle labbra, gli occhi un po’ lucidi e la splendida consapevolezza di aver vissuto a pieno e di non essermi limitato a sopravvivere.

Parte di ciò che hai letto è tratto dal mio libro “Le coordinate della felicità

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