3 lezioni che ho imparato da The Beach

Quante volte mi è capitato in giro per il sud-est asiatico di vedere quel libro. Copertina spiegazzata, pagine ingiallite, consumato come può esserlo solo un libro passato dalle mani e dagli zaini di decine di viaggiatori e viaggiatrici. L’ho visto tante volte, quasi sempre nelle zone comuni degli ostelli, luoghi di scambio e condivisione per eccellenza.

Sto parlando di “The Beach” di Alex Garland, libro da cui è tratto l’omonimo film con Leonardo Di Caprio, diventato un cult tra i backpackers di tutto il mondo, ma soprattutto tra coloro che vogliono girare il sud-est asiatico. Perché il protagonista di questa storia, Richard, è un ragazzo che inizia il suo viaggio proprio come iniziano i viaggi di migliaia di viaggiatori intraprendenti: sulla leggendaria Khao San Road di Bangkok.

Si sviluppa poi in uno dei tanti ostelli della capitale thailandese e si conclude su una misteriosa isola scoperta grazie a una mappa disegnata a mano. Sull’isola Richard trova una comunità di anime libere e ribelli che hanno trovato la loro dimensione lontano dai rigidi schemi della società. La comune, inoltre, si trova in un luogo meraviglioso, caratterizzato da una spiaggia dalla bellezza sconvolgente.

Senza voler fare spoiler a chi non ha visto il film, quel luogo apparentemente paradisiaco si trasforma invece in un inferno su Terra.

Una storia inventata ma non troppo distante da tante storie che ho avuto modo di ascoltare durante i miei viaggi. Ho anche vissuta personalmente qualcosa di simile: come racconto nel mio libro “Le coordinate della felicità“, la prima volta che andai a Bali scoprii una comune davvero simile a quella di The Beach.

Anche per questo motivo, quel film è uno dei miei preferiti. Trovo che guardarlo sia come fare un viaggio, e come per ogni viaggio, anche da The Beach si possono trarre delle lezioni di vita.

3 lezioni che ho imparato da The Beach

1. Un vero viaggiatore va oltre le attrazioni turistiche

Il turista è chi parte non tanto per esplorare il mondo ma per rilassarsi e divertirsi. È chi, di una nazione, visita solo i luoghi più famosi e popolari, per scattare la foto perfetta e poter dire ad amici e parenti di aver visto questo o quest’altro. Il turista cerca solo ciò che è bello, splendente, pulito e confortevole.

A tutto il resto, non è interessato.

Come scrivo nel mio libro “Come una notte a Bali“, invece, il viaggiatore è “chi si immerge completamente in quel “resto” che il turista non vuole conoscere”.

La differenza tra un turista e un viaggiatore non è nella destinazione e The Beach lo dimostra: il film è ambientato in Thailandia, una nazione iper turistica ma non per questo inadatta a un vero viaggiatore.

Perché alla fine, come scopre proprio Richard, essere un viaggiatore è una scelta: puoi scegliere di visitare solo quei posti descritti come “imperdibili” dalle guide turistiche oppure puoi scegliere di andare oltre, rischiare, perderti… solo così puoi esplorare davvero un luogo.

D’altronde, tutti sono in grado di fare un tour guidato dei templi di Bangkok, ma quella è solo la versione patinata della città. Il suo vero volto lo scopri imparando a dire di sì alle opportunità che ti si presentano, come fa Richard all’inizio del film: sta passeggiando senza meta tra le stradine di un mercato notturno e accetta l’invito di uno sconosciuto a provare il sangue di serpente. Oppure quando trova la mappa per quell’isola che potrebbe anche non esistere e decide di partire insieme ad altri due backpacker appena conosciuti.

Questo vuol dire essere viaggiatori: ragionare fuori dagli schemi e andare incontro all’ignoto. Quando lo fai, sembra quasi che il mondo ti ricompensi per il tuo coraggio facendoti vivere esperienze intense e incredibili. Chiunque abbia viaggiato con questa mentalità sa bene di cosa parlo.

2. Mentire porta solo guai

C’è un momento del film in cui capisci che tutto andrà a rotoli. Non è quando ci sono le morti o i momenti di massima tensione, ma quando Sal, la donna a capo della comune sull’isola, chiede a Richard se ci siano altre copie della mappa e se qualcun altro sia a conoscenza della sua esistenza.

Richard ha effettivamente riprodotto la mappa e l’ha infilata sotto la porta del bungalow di due backpacker conosciuti a Koh Phangan, ma risponde di no. Quella bugia, apparentemente piccola e insignificante, è la crepa che porterà alla fine di quella meravigliosa utopia.

A ben pensarci, però, non è l’unica. Se Richard si ritrova a passare dal paradiso all’inferno è proprio a causa delle sue menzogne: prima quelle sulla mappa che ha disegnato, poi quelle a Françoise sulla notte passata con Sal a Koh Phangan. Anche il modo in cui i membri della comune si rivolgono al ragazzo ferito gravemente dallo squalo è una bugia: la verità è che solo tornando alla civiltà può salvarsi.

Se si analizza la storia di The Beach da un punto di vista più ampio, si può cogliere un messaggio: nella vita è meglio essere onesti, dire la verità evitando di accumulare bugie su bugie. La verità può fare male subito ma a lungo andare le menzogne portano a conseguenze negative che hanno un impatto enorme sulla tua vita.

3. I luoghi speciali vanno preservati

Viaggiando per il mondo mi sono convinto che non tutti i luoghi dovrebbero essere accessibili a chiunque. Ho anche cambiato la mia opinione sul Buthan, una piccola nazione che si può visitare solo pagando un costosissimo visto ($200 al giorno): all’inizio pensavo che fosse ingiusto, perché in questo modo moltissimi viaggiatori non potranno mai visitarlo, ma dopo aver visto il modo in cui destinazioni meravigliose come Bali sono state distrutte dal turismo di massa ho capito che certi luoghi vanno tutelati e preservati.

È una lezione che si può imparare anche guardando The Beach. È vero, Sal (la donna a capo della comune) non è propriamente un personaggio positivo ma il suo comportamento iper-protettivo nei confronti dell’isola è dovuto a una consapevolezza: quando un luogo bello ma fragile diventa accessibile a chiunque, si trasforma nell’inferno.

C’è una scena che racconta bene questa verità: Richard e Sal devono tornare alla civiltà per fare una mega spesa per tutta la comune e l’impatto con la caotica, inquinata, rumorosa e iper-turistica Koh Phangan li lascia senza parole. In quel momento Richard si rende conto che la loro isola deve restare segreta (e inizia a torturarsi mentalmente per aver lasciato la mappa agli altri backpacker).

Purtroppo l’essere umano non ha un rispetto innato per i luoghi che visita ma anzi, molti sono convinti che il mondo sia a loro disposizione. Come se fosse un oggetto da consumare e rimpiazzare. Peccato che abbiamo un solo pianeta e se lo distruggiamo non tornerà più indietro.

Un film come The Beach ti fa riflettere in questo senso: se l’essere umano è incapace di avere rispetto verso i luoghi che visita, allora forse l’atteggiamento di Sal è quello giusto. Certi luoghi vanno preservati, anche al costo di renderli più inaccessibili. Curiosamente (ma neanche troppo) la spiaggia dove è stato girato The Beach è stata chiusa recentemente proprio perché il turismo di massa l’aveva distrutta.

Anche se comprendo le politiche di nazioni come il Buthan, che si stanno preservando ponendo dei limiti importanti al turismo di massa, non mi piace che la barriera sia il denaro. Anche perché spesso i turisti più nocivi per il pianeta sono proprio quelli che hanno una maggiore disponibilità economica.

Bisognerebbe fare in modo che ogni viaggiatore si debba guadagnare il privilegio di visitare certi posti. Tornare indietro nel tempo a quando contavano soprattutto la capacità di adattarsi e il coraggio.

Quei tempi non torneranno mai più, è vero. Ma The Beach può insegnarci questa grande lezione generale: comportarci come un viaggiatore di un tempo è un bene sia per il pianeta sia per rendere indimenticabile la nostra esperienza di viaggio.

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