La spedizione di sole donne che scalò gli 8091 metri dell’Annapurna

15 ottobre 1978.

Intorno a loro regna il silenzio, mentre la luce del primo pomeriggio illumina la vetta dell’Annapurna I.

Sono sole.

I giganti innevati dell’Himalaya le circondano e c’è odore di tempesta.

Un vento freddo muove le tre bandiere che hanno appena piantato: una degli Stati Uniti d’America, una del Nepal e una della loro spedizione. Su quest’ultima c’è scritto il loro motto: “A Woman’s Place is on Top”, ovvero “il posto di una donna è sulla cima”.

8091 metri. Ce l’hanno fatta.

Per la prima volta una spedizione statunitense è riuscita a raggiungere la cima del 10° monte più alto al mondo. E sono tutte donne, dalla prima all’ultima.

Quando l’alpinismo era solo per gli uomini

L’American Women’s Himalayan Expedition, come venne ufficialmente chiamata, si è svolta in un periodo particolare della storia: molte delle barriere sociali che avevano imprigionato le donne per anni si stavano rompendo.

In quel momento, le vette dell’Himalaya sembravano chiuse dietro un vetro infrangibile.

Gli uomini scoraggiavano qualunque tentativo al femminile, dicendo che la scalata era troppo faticosa. Che le donne mancavano della forza e dell’abilità necessarie per l’alpinismo ad alta quota.

Non erano certo disposti ad ammettere il “sesso debole” nelle spedizioni fra quei monti sconvolti da tempeste e valanghe.

Ma le ragazze erano più determinate che mai a provare il loro valore.

Le donne che conquistarono l’Annapurna

L’idea era nata nel 1972, quando diverse spedizioni internazionali si erano incontrate sulla cima di Noshaq, in Afghanistan, una montagna alta 7.492 metri.

Era stato lì che la 27enne Arlene Blum, una chimica e biofisica di Berkeley, aveva conosciuto la leggendaria alpinista polacca Wanda Rutkiewicz.

Erano anni che Arlene cercava di entrare nei settori dominati dagli uomini, soprattutto l’escursionismo, ma trovava ogni volta le porte bloccate.

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In quell’occasione, entrambe avevano scalato la montagna Noshaq (la più alta dell’Afghanistan).

Arlene lo aveva fatto con una spedizione di uomini, mentre Wanda aveva compiuto l’impresa con un team di sole donne. Lei e le sue ragazze avevano appena fissato un record di altitudine al femminile.

Dopo essersi conosciute, Wanda abbracciò Arlene e le disse: “Ora dobbiamo salire a 8.000 metri. Insieme. Tutte donne“.

Ritornando al campo base, Arlene e Wanda incontrarono una delle compagne di squadra di quest’ultima, Alison Chadwick-Onyszkiewicz. Era una donna britannica che aveva vissuto in Polonia.

Le tre cominciarono a discutere della possibilità di una spedizione sopra gli 8.000 metri, tutta al femminile.

La spedizione alla conquista dell’Annapurna I

Bastarono pochi mesi per trovare gli sponsor necessari a finanziare l’impresa. Erano necessari $80.000, che riuscirono ad accumulare anche grazie alla vendita delle loro magliette, con il loro slogan “Il posto di una donna è in cima“.

Il loro motto femminista era contagioso, perché si contrapponeva alla mentalità secondo la quale il posto giusto di una donna sia la cucina. In quegli anni nei quali il maschilismo era ancora imperante in quasi tutti i settori della società, quelle parole erano pura ribellione ed emancipazione.

Ci vollero anni per prepararsi.

Sembrava che il tempo non passasse più e nelle loro menti l’idea diventava sempre più folle. Erano consapevoli dei rischi enormi di una simile impresa, sapevano che difficilmente sarebbero tornate giù tutte vive e vegete, se mai fossero riuscite a raggiungere la cima.

Ma non mollarono, e quando arrivarono in Nepal erano pronte.

La scalata

L’Annapurna I è la decima montagna più alta al mondo.

Era stata conquistata per la prima volta dagli alpinisti francesi, ma molte persone erano morte provandoci. Solo 8 alpinisti in tutto il mondo avevano raggiunto la cima. Nessun alpinista statunitense (uomo o donna) era tra questi.

Ci riuscì per prima Arlene Blum.

La 27enne era la team leader e guidò in quell’avventura memorabile Christy Tews, Annie Whitehouse, Margi Rusmore, Irene Miller, Dyanna Taylor, Alison ChadwickOnyszkiewicz, Vera Watson e Wanda Rutkiewicz.

Quando partirono, qualcuno rideva sotto i baffi al campo base. Loro non se ne curavano, perché in fondo sapevano che ce l’avrebbero fatta, oppure sarebbero morte provandoci.

Tutte loro, insieme, raggiunsero la cima dell’Annapurna il 15 ottobre 1978.

La gioia e il dolore

Chi conosce le montagne e le ha scalate, sa che si tratta di luoghi estremi, che non perdonano. Anche in questo caso, dopo la gioia per il successo, quel team composto da sole donne si ritrovò a piangere la scomparsa di due di loro.

Alison Chadwick-Onyszkiewicz e Vera Watson non riuscirono mai a tornare al campo base. Morirono proprio sulla cima, in piena notte. Si arresero al freddo, ma con la consapevolezza di avercela fatta.

Prima di affrontare la discesa, le compagne decisero di scrivere i loro nomi su una roccia. Gli sherpa, il popolo che vive sulle cime dell’Himalaya, cantarono il loro ultimo addio.

La leggendaria spedizione tutta al femminile, 39 anni dopo

Questa impresa ha creato molteplici nuovi record: non sono solo le prime donne a scalare l’Annapurna I, sono anche le prime di nazionalità americana.

La loro è stata anche la seconda ascesa di sempre della Dutch Rib, una cresta brillante di ghiaccio azzurro circondata da ghiacciai che sembrano appesi nel nulla.

Oggi, 39 anni dopo, le donne di quella storica spedizione continuano ad incontrarsi.

Perché non c’è legame più forte di quello che crei con le persone a cui affidi la tua vita. Ancora oggi chiacchierano e cucinano assieme, e di colpo sembra di essere di nuovo sui ghiacciai.

Quell’avventura le ha trasformate non solo in eroine, ma anche in sorelle.

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