L’incredibile storia di Giorgio Amoretti, l’uomo che girò il mondo in Lambretta

Photo Giorgio Amoretti

“Un uomo deve aver un sogno da realizzare, una  specie di melodia sulla quale danzare la sua breve esistenza”.

Queste furono le prime parole che lessi di Giorgio Amoretti. Non ricordo nemmeno più come ci fossi finito su quelle parole, impresse su carta e poi catturate dalla tecnologia e ora lì, davanti a me, su uno schermo.

Ma quelle parole mi entrarono dentro e ci restarono. Dentro di me trovarono il posto giusto in cui fermarsi, il loro habitat naturale. E non è una questione mia, personale; riguarda qualsiasi sognatore, chiunque abbia deciso di fare della sua vita una storia memorabile, a tratti assurda, imprevedibile, piena di follia, amore, cadute, ripartenze e avventura.

Perché questa è stata la vita di Giorgio Amoretti: immagina il film più incredibile che tu abbia mai visto, ecco, lui ha superato quella storia. E lo ha fatto contando sulle sue forze, sul suo corpo e la sua mente mai disposta a piegarsi ai dogmi di una società che ci vuole perennemente al sicuro anche se immersi nell’apatia e nella noia, comparse e mai protagonisti della nostra storia, consumatori e mai artigiani del nostro tempo.

La storia di Giorgio Amoretti non è mai stata raccontata come si deve. E forse non lo sarà mai, forse verrà tramandata da un sognatore a un altro, da una viaggiatrice a un’altra, da anima ad anima. Quello che mi limito a fare, in questo articolo, è riportare quello che si sa per certo di Giorgio, quegli eventi che lo hanno reso celebre (più all’estero che in Italia) e che, pur non raccontando davvero l’essenza del suo spirito ribelle e libero, servono a comprendere la meraviglia che ha caratterizzato la sua esistenza fuori dagli schemi.

La storia di Giorgio Amoretti, un grande sognatore italiano

Giorgio Amoretti nacque il 10 settembre del 1932 a Venezia. È solo un bambino quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale e il suo migliore amico muore davanti ai suoi occhi durante un bombardamento. È solo un bambino, eppure il suo animo avventuroso e ribelle è già pienamente formato, quando a otto anni scrive queste parole nel tema in classe:

I miei propositi sarebbero di poter cambiare carattere. Essere più buono e più ingegnoso. Vorrei poter studiare per imparare tante cose e vivere con successo. Vorrei anche girare molto per poter conoscere gli usi e le genti che abitano questa terra. Per farmi un’idea precisa di questo mondo.

Come avviene a molti sognatori e viaggiatori, anche Giorgio si sente imprigionato, soffocato e limitato nei rigidi schemi scolastici. E così, a 18 anni, decide che il modo migliore per scoprire il mondo non è sui libri di testo ma viaggiando. Lascia la scuola, deludendo tutte le aspettitive del padre ingegnere, prende la sua Lambretta e parte per un giro d’Europa. Che negli anni successivi diventerà un giro del mondo.

Photo by Autonauti

Girare il mondo intero in Lambretta

Visita tutta l’Europa, arrivando fino al circolo polare artico. Poi è la volta dell’Africa, che percorre per migliaia di chilometri fino a raggiungere il Tropico del Cancro, tutto sulla costa orientale. Non si ferma e con la sua Lambretta arriva fino a Capo di Buona Speranza, in Sud Africa.

E una volta giunto all’estremo sud del continente nero, risale nell’entroterra, passando dal deserto di Nubia. Da solo, senza supporto di alcun tipo, in un’epoca priva di alcuna delle sicurezze che noi oggi diamo per scontate.

Rientra in Europa, ma solo per imbarcarsi dal Portogallo alla volta dell’America. Nel 1958, a 26 anni, raggiunge l’Alaska con la sua Lambretta. Passa per le terre selvagge che trent’anni dopo avrebbero fatto da cornice agli ultimi giorni di Christopher McCandless e poi scende verso sud. Arriva a San Francisco, dove viene accolto come uno di famiglia dagli oltre 150.000 immigrati italiani. Arriva in Messico e supera i 50.000 km percorsi con la sua Lambretta, che a questo punto è diventata più di un mezzo, forse una casa.

Risale il continente americano, stavolta puntando sulla East Coast. Giunge a New York e da lì si imbarca per tornare in Italia, dove, in seguito a una delusione d’amore, decide di nuotare nel Lago di Garda da un estremo all’altro. Resta in acqua quasi 24 ore, percorre 50 km a nuoto, rischia di morire ma porta a termine la sua impresa.

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“L’uomo è libero solo se sceglie di esserlo”

Il giro del mondo in Lambretta e la traversata del lago portano Giorgio a trarre una conclusione: l’uomo è libero solo se sceglie di esserlo. La società in cui viviamo ci limita e ci spinge all’omologazione, sradicando da noi ogni inventiva, ogni possibilità di sognare, ogni consapevolezza del nostro immenso potenziale umano.

Da quel momento, dedicherà tutta la sua esistenza a diffondere questo messaggio di libertà, avventura e amore per la vita. Lo farà con poche parole, ma in un modo ancora più efficace: attraverso il suo esempio esistenziale.

La traversata del Sahara in paracadute

Nel 1969, a 37 anni, Giorgio Amoretti si lancia in un’altra impresa: la traversata del Sahara in paracadute. L’idea è tanto folle quanto semplice: vuole provare la sensazione unica di volare e vuole farlo nell’apparente immensità del deserto più grande del mondo.

Così, collega un paracadute a un’automobile e vola per centinaia di chilometri sopra il Sahara. Vuole avere un punto di vista alternativo del mondo ma anche da lassù non cambia idea: l’essere umano non è fatto per divenire schiavo di una routine. Come scrivo nel mio libro “Le coordinate della felicità“, non siamo fatti soli per lavorare, pagare bollette e morire. Siamo qui per vivere, non per sopravvivere.

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Il secondo viaggio nel Sahara con la compagna e il figlio

La storia di Giorgio, la sua folle vita e la sua filosofia si diffondono all’estero. Viene raccontato da giornali e magazine americani, tedeschi e francesi. Ma sceglie di restare in Italia, nella sua Padova, dove apre “La bottega delle Parole“, un laboratorio artistico dove esprime se stessi in un modo diverso.

L’avventura, però, chiama. E Giorgio risponde: riparte per un viaggio nel Sahara in automobile, ma stavolta insieme alla moglie e al primogenito Fabio. Per un periodo, la giovane famiglia risulta dispersa: nessuna comunicazione da parte loro. La famiglia di Giorgio si allarma ma l’allarme rientra: stanno tutti bene. Sono vivi, più vivi che mai.

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Giorgio Amoretti, un fiero casalingo

Giorgio, che nel corso della sua vita si è mantenuto facendo il fotoreporter durante i suoi innumerevoli viaggi, si ritrova ad avere una famiglia e 40 anni. E  questo punto lancia l’ennesima provocazione: diventa un casalingo, orgoglioso del suo essere un papà prima di un padre. Un messaggio femminista e controcorrente, in un’Italia ancorata a una tradizione fortemente sessista e patriarcale.

Ma non si ritira, Giorgio. Perché in testa ha un ultimo sogno: l’oceano.

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L’ultimo grande sogno di Giorgio Amoretti: l’oceano in “auto”

L’idea di Giorgio è pura follia: vuole percorrere l’Oceano Atlantico con un’automobile trasformata in imbarcazione. È il suo ultimo, grande sogno. Inizia a lavorare al progetto ma è troppo tardi. La vita, che tanto gli ha donato, ora gli ha dato una data di scadenza: Giorgio ha un tumore all’intestino e per quanto si sforzi di provarci, non può proprio partire.

Eppure quel sogno, in un certo senso, lo realizza lo stesso. Lo fanno per lui i suoi tre figli, che insieme a un amico. Il 4 maggio del 1999, prendono la Ford “Taunus” e la Volkswagen “Passat” che insieme a Giorgio avevano “imbottito di poliuretano espanso e attrezzato per la navigazione oceanica con tubi da impalcatura e pezzi di lavatrice” (come riporta un articolo dell’epoca) e partono dalle isole Canarie.

Destinazione? New York.

L’impresa degli “autonauti” in onore di Giorgio Amoretti

Un’impresa folle che per due di loro si conclude dopo qualche giorno: malesseri fisici e mentali costringono Fabio e Mauro Amoretti a rinunciare. Vengono tratti in salvo da un elicottero, mentre Marco Amoretti e l’amico Marco De Candia decidono di proseguire.

Per qualche settimana comunicano a monosillabi per non consumare le batterie della radio, poi spariscono nel nulla.

Passano 40 giorni in cui non si hanno notizie dei due ragazzi di 21 e 24 anni. Si spera che stiano galleggiando da qualche parte nell’Oceano Atlantico, ma si teme il peggio. Il 17 agosto una petroliera li trova in mezzo al nulla dell’oceano: stanno bene. Il capitano della nave, un italiano, manda le foto a casa.

Marco e Marco non sono mai arrivati a New York. Dopo 2880 ore passate nell’Oceano Atlantico a bordo di due auto-imbarcazioni, approdano sulle spiagge di Antigua, dove vengono accolti dai due fratelli.

Lì scoprono che Giorgio non c’è più. O almeno, il suo corpo non c’è più: il 28 maggio è morto. Eppure, tutti quanti sanno che è lì con loro, a festeggiare la sua ultima e più grande impresa.

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Il meraviglioso messaggio di Giorgio Amoretti al mondo

Al mondo, Giorgio Amoretti ha lasciato una storia incredibile ed entusiasmante. Ai figli e a qualsiasi sognatore là fuori, ha lasciato qualcosa di molto più prezioso: una certezza. Quella che nel mio libro definisco con queste parole: i sognatori ce la fanno sempre se non smettono di crederci.

Queste parole sono probabilmente l’eredità più importante di Giorgio Amoretti. Un meraviglioso messaggio di libertà e amore per la vita:

Il mio sentiero è stato questa strada sull’Oceano; ma il mio scopo più vivo e razionale è stato quello di insegnare ai miei figli  il rispetto della vita; dei sogni della vita. Non di essere i primi nella grammatica o nella sintassi, quella possono impararla da soli più tardi. No, il mio progetto Atlantico era anche uno stile di vita, una sorta di cordone invisibile mediante il quale comunicavo un’istruzione del pensiero, un modo di essere… ecco da che cosa dipende la nostra unicità nell’esistere: dai sogni! Dalla volontà che uno ha di proseguirli, non lasciarli morire ma inseguirli sempre. La realizzazione, a volte, vale meno  dell’attesa stessa!

 

A scuola, quella per intenderci, dove si impara a leggere, a scrivere e a far di conto, è stato lo stesso. E i tre e i quattro fioccavano come neve dal cielo. Allora mi consolavo pensando alla neve che, in quel momento, di notte, stava scendendo in Alaska. Ma nessuno mi ha mai insegnato cosa dovevo fare quando ero infelice e vedevo intorno a me solo cose brutte e cattive. Mi domandavo perché, ne domandavo il perché a tutti e mi sono accorto che anche quelli che avevano studiato e avevano preso dei bei voti, non lo sapevano. Eppure erano domande che esigevano una risposta.

 

È stato così che ho cominciato a girare il mondo: forse, dopo tanto girare avrei trovato, chissà dove, il solito vecchietto con la barba bianca… che, consultati i suoi polverosi libroni, in segreto, nel solito castello costruito in mezzo ai boschi, avrebbe risposto ai miei perché, alle mie domande.

 

E invece la risposta l’ho trovata nel cielo, tra le nuvole, l’ho trovata fra le montagne e nel mare, tra l’erba e nelle stelle, tra la gente e nel vento, fra gli alberi e nei deserti, tra i fiori e nel fuoco: dappertutto. Qualsiasi cosa interrogassi mi rispondeva concorde nel suo linguaggio universale.

 

Giorgio Amoretti

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