Cosa ho imparato parlando di vita, morte e felicità con un monaco buddhista

Scoprii la “Monk Chat” quando visitai per la prima volta la Thailandia. Stavo passeggiando per il Lumphini Park di Bangkok, il polmone verde della capitale thailandese, e mentre mi godevo il silenzio di quell’oasi di pace lontana dai tuk-tuk, dai venditori ambulanti e da tutto il “rumore” del mondo là fuori, vidi un monaco buddhista seduto ai piedi di un albero. Davanti a lui un giovane occidentale.

I due conversavano con gioia e il giovane sembrava rapito dalle parole del monaco, il quale, vestito con il tradizionale abito arancione, gesticolava lentamente con le mani. Indicò il cielo, poi il petto del giovane che aveva di fronte, poi allargò le braccia come se volesse abbracciare il mondo. Infine, mostrò un sorriso bellissimo, che ai miei occhi trasmetteva amore incondizionato per la vita.

Quando smise di parlare, il giovane di fronte a lui scoppiò a piangere. 

Era stata una scena molto intensa e avevo avuto la possibilità di assistervi dalla prima fila. In quel momento mi resi conto di quanto viaggiare possa aggiungere valore alla vita. Ma questo è un altro discorso.

Parlare del senso della vita con i monaci buddhisti

Quella scena è tornata a farsi viva più volte nella mia mente, sia nei momenti felici sia in quelli negativi. Ero incuriosito da ciò che il monaco buddhista aveva detto, parole così forti da portare il giovane occidentale a commuoversi. E poi, quel sorriso. Volevo scoprire tutto di quel sorriso.

Negli anni successivi sono stato in Thailandia un’infinità di volte e ho incontrato sulla mia strada tanti monaci buddhisti. Ogni volta che vedevo uno di questi uomini minuti svolazzare in giro con il loro abito arancione e la loro testa lucida, mi tornava in mente la scena che avevo visto al Lumphini Park.

Non ho trovato il coraggio di avvicinarmi a uno di loro e iniziare una conversazione fino a quando, a Chiang Mai, nel nord della Thailandia ho deciso di entrare e provare la Monk Chat.

Un anziano monaco mi ha accolto dicendo che era possibile e sarebbero stati felici di chiacchierare con me di qualunque cosa mi passasse per la testa. Ho deciso di cogliere quell’occasione.

La mia Monk Chat

In molti templi – tra cui quello in cui sono entrato io – la Monk Chat è gratuita, ma è buona norma lasciare una donazione al tempio. Quando il l’anziano monaco ha menzionato questa circostanza, ho tirato fuori i miei baht, ma lui mi ha fermato. Con un bel sorriso mi ha detto: “Later, my friend“.

Poi mi ha detto che in quel momento i monaci non erano impegnati e sicuramente ce ne sarebbe stato uno disponibile a parlare con me. Mi ha chiesto se mi andava di farlo subito.

Fin dall’inizio avevo deciso che, se fossi riuscito ad avere il privilegio di partecipare a quell’esperienza, non mi sarei preparato in alcun modo. Avrei lasciato che il mio cuore mi guidasse nelle domande, senza permettere alla mente di razionalizzare tutto. Viviamo in un’epoca nella quale tutto è già troppo matematico e cinico, volevo che almeno quella conversazione fosse guidata dall’istinto.

Dopo aver risposto che sì, ero pronto, il monaco mi ha portato sul retro del tempio. Era un giardino curatissimo, con il prato verde, i fiori dai colori incredibili e gli alberi rigogliosi che creavano zone d’ombra dove erano posizionati semplici tavoli in legno. Gli uccelli cantavano al ritmo delle campane buddiste che ogni tanto suonavano alle nostre spalle.

Un piccolo angolo di paradiso a due passi da una delle strade più trafficate di Bangkok.

Nel giardino erano presenti tre monaci buddhisti, impegnati a conversare a bassa voce con tre visitatori come me. Una di queste era una ragazza asiatica, a dimostrazione del fatto che non tutti i templi sono banditi alle donne. Poi c’era un signore di una certa età con una barba bianchissima e un giovane backpacker.

“Siediti lì”, mi ha detto il monaco anziano indicandomi un tavolino in legno con due sedie in plastica. Mi sono seduto e poco dopo è arrivato l’uomo con cui avrei conversato.

IG @kolberyan

Chiacchierare con Tim, monaco buddhista

Testa perfettamente tonda e rasata, viso serio ma con occhi vivaci, mi ha detto di chiamarsi Tim e quando si è presentato ha mostrato un sorriso pieno di serenità. Gli ho detto di chiamarmi “Luca“, perché, come spiego anche nel mio primo libro “Le coordinate della felicità“, Gianluca risulta troppo lungo e incomprensibile in quell’angolo di mondo.

“Grazie per questa opportunità”, ho detto.

“Grazie a te”, ha risposto con un ottimo inglese, annuendo leggermente. Di fronte ai suoi modi di fare lenti ma precisi, mi sentivo piccolo e disordinato. Era un uomo che emanava tranquillità e pace, un mix a cui noi occidentali proprio non siamo abituati. Nonostante fosse una situazione completamente nuova per me, mi sentivo a mio agio.

“Cosa ti ha portato qui?” mi ha chiesto.
Curiosità, credo. Ho assistito da lontano a una Monk Chat e volevo provare questa esperienza”.
“Sei una persona curiosa. Bene. Hai qualche domanda per me?

Ne avevo, eccome. Non mi ero preparato nulla e per un mezzo secondo sono andato nel panico. Poi ho deciso di lasciarmi andare.

Diventare monaco buddhista

Io: “Perché hai scelto di essere un monaco buddhista? Cosa ti ha spinto verso questa vita?”

Tim: “Mentirei se dicessi che non l’ho fatto per il mio bene. L’ho fatto perché prima non stavo bene spiritualmente e volevo un cambiamento radicale. Volevo essere in pace con me stesso e il mondo. Essere felice, come dite spesso voi”.

Io: “E sei felice ora?”

Tim: “Questa è la vita migliore a cui potessi ambire. È una vita dedicata alla pace dell’anima e alla contemplazione della bellezza della natura. Qui non ci sono le distrazioni che rendono le persone infelici. Liberarsi di queste distrazioni è il primo passo per affrontare tutto con grande serenità. Ho scelto la felicità quando sono diventato un monaco buddhista“.

Io: “Quali sono le distrazioni di cui parli?”

Tim: “Tutto ciò che l’uomo ha creato ed è assolutamente superfluo. Tutto ciò che ti distrae e ti allontana da ciò che sta succedendo intorno a te. Sta sempre succedendo qualcosa, ma se sei distratto non te ne renderai conto. E pian piano inizierai a pensare che vivere non sia granché. Invece, la vita è il dono più grande che abbiamo. Ma per capirlo devi vivere con consapevolezza“.

Io: “Come si vive in maniera consapevole? Hai qualche consiglio da darmi?”

Tim: “Apri gli occhi, apri le orecchie, apri il tuo cuore. Non chiuderti dentro te stesso ma accetta tutto quello che il mondo ha da darti. Concentrati sulla spiritualità, medita e ricordati che non si smette mai di imparare. Sii sempre curioso, come hai detto di essere”.

Materialismo

Io: “È stato difficile rinunciare al materialismo? Mi pare di capire che monaci non possediate nulla, gli oggetti che avete sono “di proprietà” del monastero. Come i cellulari o i vestiti”.

Tim: “Sì, è proprio così. Considera che io sono entrato in questo monastero più avanti rispetto a molti altri monaci. Avevo venticinque anni. Non è stato facile ma fin dall’inizio ho capito che era giusto. Prima parlavamo di distrazioni, ecco, non c’è niente che ti distragga di più degli oggetti. Ne diventi schiavo, vivi per questi pezzi di plastica e di metallo. Li veneri come se fossero divinità. Non mi stupisce che sempre più persone non credano in Dio, qualunque Dio. Ormai il loro Dio è dietro a uno schermo“.

Io: “Però molti oggetti ci aiutano a vivere meglio…”

Tim: “Io credo che si sia superato da tempo il punto in cui un oggetto è semplicemente utile. Oggi sono distrazioni, sono strumenti creati per spegnere il cervello delle persone. Nessuno si interroga più su nulla, nessuno si apre al mondo. Tutti si chiudono nella sicurezza dei loro oggetti”.

Io: “Gli oggetti ci rendono sicuri?”

Tim: “Certamente. Gli oggetti non giudicano e ci servono. Sono fedeli. Così tante persone evitano il contatto con gli altri e con la natura. Perché il rapporto con il mondo esterno non è unilaterale, quello che dai ti torna indietro. Se fai qualcosa di buono, ti tornerà indietro qualcosa di buono, ma se immetti odio nel mondo, ti tornerà indietro odio. Se fai del male alla natura, la natura potrebbe mettersi contro di te. Molti non si sentono all’altezza e per paura di ricevere solo dolore si affidano a oggetti inanimati, che non possono fare niente di male“.

La paura della morte

Io: “Qual è la cosa più importante che hai imparato rinunciando agli oggetti?”

Tim: “Ho smesso di aver paura di morire. Non possiedo nulla, anche dal punto di vista dei sentimenti. Ho amici e persone a cui voglio bene, ma non le possiedo. Quando smetti di possedere, che siano oggetti o persone, smetti di aver paura di morire. Perché la paura della morte appartiene soprattutto a chi non accetta di dover lasciare tutto ciò che possiede. Quando il nostro corpo muore, non importa quanti soldi hai o quanti oggetti hai accumulato. Non li avrai più e questo è spaventoso per chi non si prende cura della propria spiritualità. La vera paura è di perdere il possesso dei propri oggetti e delle “proprie” persone”.

“Tu non hai paura di morire?”

“Non esiste la morte, almeno, non come la intendi tu. Muore il tuo corpo ma la tua anima vive. Trova un’altra casa. Non mi preoccupa, quello che mi preoccupa è di fare del bene ed eliminare la sofferenza in questa vita“.

La felicità

“Cos’è la felicità per te?”

“La felicità non è un concetto così importante per noi monaci, come invece ho notato essere per voi occidentali. Mi rende felice non avere preoccupazioni o semplicemente non preoccuparmi di ciò che non posso risolvere. Mi rende felice sapere di non creare sofferenza, anche quando mi nutro e so di non aver causato la morte di altri esseri viventi. Ma soprattutto mi rende felice aiutare gli altri, vederli felici. La felicità è nella felicità altrui“.


Io e Tim abbiamo parlato per più di un’ora. Non riporterò le riflessioni sulla mia vita privata, ma posso dire con certezza che è stata un’esperienza illuminante. Uscendo dal tempio, mi sentivo leggero e sereno. Se ne hai l’occasione, partecipa a una Monk Chat. È una di quelle esperienze che lasciano davvero il segno.

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