In memoria di Jay e Lauren: non smettiamo mai di viaggiare e sognare

Ne ho raccontate tante di storie come quella di Jay e Lauren. La storia di una coppia che si sente vuota e infelice in un’esistenza normale e decide di ribellarsi, uscire dalla comfort zone e andare a cercare la propria felicità nel mondo là fuori. Una storia così simile a quella mia e di Claudia che ho raccontato nel mio primo libro.

Per Jay e Lauren, la felicità aveva una forma ben precisa: una bicicletta e una strada.

Nel luglio del 2017 avevano deciso di licenziarsi, vendere tutto e partire per il giro del mondo in bicicletta. Nel primo anno di quest’avventura avevano già visitato decine di paesi e avevano percorso migliaia di chilometri. Avevano trovato la loro felicità? Probabilmente sì. L’idea di svegliarsi ogni giorno con un nuovo orizzonte da inseguire li faceva sorridere. La prospettiva di non vedere una fine alla loro avventura li faceva emozionare.

Erano giovani, innamorati e positivi. Ne ho scritte tante di storie simili, ma questa ha un finale che mai e poi mai avrei voluto raccontare.

La vita spezzata di due giovani sognatori e viaggiatori

Nell’agosto del 2018, Jay e Lauren sono morti. Erano in Tagikistan e stavano pedalando, quando un’automobile li ha investiti a tutta velocità. L’uomo al volante ha poi fatto inversione e li ha investiti una seconda volta. Secondo quanto riportano alcuni media, successivamente sarebbero stati colpiti da pugnalate e colpi di pistola da un altro gruppo di terroristi. Insieme a loro hanno perso la vita altre due persone che condividevano con loro quel tratto di strada, in quella nazione molto lontana dalle rotte turistiche.

Si dice che siano stati alcuni membri dell’ISIS ad ucciderli, ma non ha alcuna importanza sapere quale assurdità rappresentassero questi vigliacchi, piccoli uomini. Jay e Lauren non ci sono più. Hanno perso la vita mentre realizzavano il loro sogno di girare il mondo in bicicletta. Erano partiti 369 giorni prima e avevano solo 29 anni.

C’è chi muore vivendo e chi vive da morto

“Mi dispiace ma ve la siete cercata”.
“Selezione naturale”.
“Credete ancora che il mondo sia un bel posto?”
“Poveri idioti”.

Questi sono solo alcuni dei commenti che ho letto su questa vicenda. È lo stesso triste atteggiamento che negli anni ho notato nei confronti di Christopher McCandless, il ragazzo la cui storia è stata ripresa nel film “Into the Wild”. Tante persone si sentono autorizzate a insultare e giudicare chi nella vita ha rischiato, ha vissuto intensamente e poi ha avuto la sfortuna di morire tragicamente.

Non c’è rispetto per chi intraprende percorsi di vita alternativi, per chi si ribella al sistema e desidera semplicemente essere felice. E soprattutto non c’è rispetto per i sognatori, troppo spesso etichettati come pazzi e illusi nonostante siano gli unici a credere ancora in un mondo migliore.

Jay e Lauren sono morti a 29 anni ma in quei 369 giorni in viaggio hanno vissuto più di quanto tante persone facciano in cent’anni di comfort zone, routine, lavori totalizzanti, infelicità mascherata e giornate tutte identiche.

C’è chi muore vivendo, come Jay e Lauren. E c’è chi vive da morto.

“Il mondo è un posto meraviglioso”

È normale, dopo una tragedia simile, chiedersi se viaggiare sia pericoloso. Non lo è. O meglio, lo è nella stessa misura in cui lo è vivere fuori da una bolla. È ovvio che se ti chiudi nel tuo metro quadro di vita e non esci mai fuori dal recinto che ti sei costruito attorno, difficilmente ti succederà qualcosa di brutto, ma questo non è vivere: è sopravvivere.

Viaggiare non è pericoloso. In 369 giorni a pedalare in giro per il mondo, Jay e Lauren non hanno incontrato alcun pericolo. Anzi: sono stati accolti a braccia aperte da perfetti sconosciuti, che pur avendo un colore della pelle, una religione e un modo di intendere la vita diversi dal loro, non hanno esitato a offrirgli un posto dove dormire e un pasto caldo da condividere.

“Il mondo è un posto meraviglioso”, scriveva Jay sul suo blog pochi mesi fa, proprio durante un soggiorno a casa di perfetti sconosciuti. “Gli esseri umani sono per la maggior parte gentili, solo a tratti egoisti e miopi”.

L’ultima frase è stata riportata tante volte nelle ultime ore e ha suscitato commenti di ogni genere. So che fa un certo effetto leggerla ora che Jay è stato brutalmente ucciso insieme alla sua compagna, eppure ha ragione.

Jay e Lauren non sono morti perché avevano deciso di lasciare il lavoro e le sicurezze di una vita normale. Non sono morti perché viaggiavano. Non sono morti perché il mondo è un posto pericoloso. Non sono morti perché giravano in un paese a maggioranza islamica. Non sono morti perché andavano in bicicletta.

Sono morti perché su questo meraviglioso pianeta esiste il male, in tante forme differenti.

Il male è parte della vita, ma non si smette di vivere per questo

A volte il male si trova dentro le persone e a volte le persone tolgono la vita ad altre persone. Ci sono bestie malvagie su questa Terra piena di bellezza. Lo sanno tutti i viaggiatori. Tutti, dal primo all’ultimo. Perché essere sognatori non significa chiudere gli occhi di fronte alla realtà del mondo. Lo sapevano anche Jay e Lauren, ma come ogni viaggiatore sapevano anche che le tragedie possono capitare ovunque.

Negli ultimi anni ci sono stati attentati terroristici in quella Parigi che ci sembrava tanto sicura e tranquilla. Decine di innocenti hanno perso la vita a Londra, quella città che storicamente accoglie migliaia di connazionali alla ricerca di una vita migliore. Ci sono stati numerosi attentati nella nostra Europa e nei blindatissimi Stati Uniti d’America. Persino in Nuova Zelanda c’è stata una strage sanguinosa.

E poi tanta gente è morta mentre andava a lavorare o mentre passeggiava per strada. Tanti si sono ammalati e sono morti per lo smog che inalano e il cibo che mangiano ogni giorno o per lo stress causato dallo stile di vita insalubre che gli impone il lavoro totalizzante che svolgono.

Ogni anno milioni di persone perdono la vita a causa della malvagità di altre persone. Succede in tutto il mondo, dal cuore dell’Occidente alle periferie dimenticate del mondo. E non succede perché si viaggia, succede e basta.

Se vuoi combattere il terrorismo, continua a viaggiare

Quelli che credono di combattere il terrorismo smettendo di viaggiare, stanno facendo esattamente ciò che i terroristi vogliono: toglierci la libertà, renderci individui soli e diffidenti, far sparire ogni traccia di felicità dalla nostra vita.

La società occidentale ha alcuni difetti, ma ha il merito di dare a ognuno di noi la possibilità di scegliere. Puoi scegliere in quale Dio credere (o non credere), puoi scegliere quali libri leggere, puoi scegliere di trasferirti in un’altra nazione. Abbiamo molta più libertà di quanto crediamo, ma non sappiamo valorizzarla.

Nell’estremismo, invece, non c’è libertà ed è proprio sul piano dell’estremismo che il terrorismo vuole trascinarci: vogliono farci credere che ci sia una sola scelta, quella dell’odio e della paura. Vogliono renderci intolleranti a tutto ciò che è diverso e convincerci che ci debba essere per forza una battaglia tra “noi” e “loro”.

Se vuoi combattere il terrorismo, dovresti viaggiare ancora di più. Perché viaggiare è vita e libertà, è amore per se stessi, per gli altri e per il mondo. Viaggiare è l’antidoto all’odio, al razzismo, alla paura e alla violenza. Non c’è niente che un fanatico estremista detesti più di un viaggiatore che sogna un mondo aperto e unito.

Ecco perché, ora più che mai, dovremmo continuare a viaggiare e continuare a sognare. Per Jay, per Lauren e per tutti coloro che hanno perso la vita viaggiando, inseguendo la felicità e sognando un mondo migliore.

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