Giorgio Bettinelli, il viaggiatore italiano che girò tutto il mondo in Vespa

Cosa ci spinge a viaggiare? Ognuno ha sicuramente motivazioni diverse, che possono anche cambiare nel corso del tempo. Ma ci sono sicuramente dei comun denominatori che accomunano i viaggiatori moderni ai grandi viaggiatori del passato. Ad esempio la presa di coscienza che il mondo là fuori è grande ed è pieno di opportunità e meraviglie da scoprire. Ma anche la volontà di mettere sé stessi in gioco.

Potremmo stare qui ore a cercare di individuare le motivazioni più comuni che sono alla base di ogni viaggio. Ma spesso il motivo che ci spinge a viaggiare può anche essere un altro: non lo chiameremo destino, non lo chiameremo caso, ma qualcosa che si colloca lì nel mezzo.

Giorgio Bettinelli, viaggiatore fin da ragazzino

Giorgio Bettinelli sembrava nato per questo. Sembrava nato per girare il mondo. E l’entusiasmo che traspare nelle sue interviste quando ricorda i suoi viaggi, ne è la conferma.

Nacque negli anni 50. Era cantautore, scrittore e viaggiatore. Politicamente impegnato nel Movimento Studentesco durante le scuole superiori, iniziò a viaggiare a soli 14 anni, quando intraprese il suo primo viaggio, in autostop, dalla città natale di Crema fino alla principale città danese: Copenaghen.

Si sa, basta iniziare per non poter più fare a meno di viaggiare e, l’anno successivo, ripeté l’esperienza in autostop per raggiungere il Nord Africa, precisamente la Tunisia.

Non passò molto tempo prima che Giorgio decidesse di spingersi ancora oltre. Verso quello che lui definisce il suo primo vero viaggio. A 17 anni infatti, raggiunse il continente asiatico, partendo da Trieste, a bordo di un mezzo di trasporto molto in voga tra hippie e backpackers in quegli anni: il Magic Bus, pullman che per prezzi contenuti collegava Londra o Amsterdam all’India sulla leggendaria Hippie Road.

©Giorgio Bettinelli

Dall’Italia al Vietnam in Vespa

Qualche decina di anni dopo seguirono poi almeno cinque lunghi viaggi compiuti interamente in sella ad una Vespa. Giorgio non era il tipico centauro, magari muscoloso e fissato di motori. Era di contro esile e di motori ne capiva a malapena. Ma per la Vespa aveva una grande passione, con la sua ci parlava addirittura.

Ciao 5, come stai? Era tempo che non ti vedevo, ora faremo un po’ di strada insieme” diceva ai numeri del contachilometri.

Una passione nata durante un soggiorno in Indonesia, dove ricevette in regalo una vecchia Vespa. Durante quei mesi iniziò il suo autonomo “apprendistato scooteristico”. Girò infatti da sud a nord l’isola indonesiana di Sumatra e fu allora che decise di intraprendere, al suo rientro, il viaggio dall’Italia al VietnamDa questo viaggio scaturì, nel 1997, il primo suo primo libro: In Vespa. Da Roma a Saigon, dove racconta i 24.000 chilometri in sella alla sua Vespa. 

©Giorgio Bettinelli

La Panamericana in Vespa

Nel successivo libro, decuplicherà i chilometri percorsi: Brum Brum. 254.000 chilometri in Vespa racchiude altri tre dei suoi grandi viaggi. Nel 1994 infatti coprì 36.000 chilometri percorrendo una versione estesa della leggendaria Panamericana: partì dalla remotissima Anchorage in Alaska, per arrivare, l’anno seguente, nella Terra del Fuoco in Patagonia.

Tra il 1995 e il 1996 percorse altri 52.000 chilometri per andare da Melbourne a Città del Capo. L’anno successivo venne poi pubblicato In Vespa oltre l’orizzonte, raccolta fotografica dei primi tre viaggi.

Il giro del mondo in Vespa

È però il suo quarto viaggio ad aver maggior peso in termini di chilometri. In quella che chiama Worldwide Odyssey, Giorgio compì un giro del mondo durato più di tre anni e ben 144.000 chilometri percorsi.

Partì dalla fine della Panamericana, ovvero la Terra del Fuoco in Argentina, e percorse nel verso opposto il suo precedene viaggio, raggiungendo l’Alaska. Da qui arrivò in Siberia imbarcando la sua Vespa per attraversare lo stretto di Bering, poi tagliò tutta la Russia e l’Europa fino allo stretto di Gibilterra.

©Giorgio Bettinelli

Le avventure in Africa

Poi percorse tutta l’Africa, di cui raccontò una doppia animaAttraversando regioni in guerra come la Sierra Leone o l’Angola diceva: “La guerra, non quella asettica, quella col machete”. Qui l’ingiustizia, la corruzione, la tragedia erano all’ordine del giorno, in maniera ultra accentuata.

Giorgio provò un’esperienza molto dura sulla sua pelle: in Congo fu rapito da un gruppo di guerriglieri che poco tempo dopo lo liberò, derubandolo di tutto.

L’altra anima dell’Africa era quella che conoscono bene molti viaggiatori: basta però spostarsi di poco per vivere un’Africa completamente diversa, fatta di natura, colori, musica, allegria e caratterizzata dalla grande dignità della sua gente.

L’Africa in questo senso è unica, difficile quindi da definire, difficile da sopportare ma allo stesso tempo difficile da dimenticare.

Dall’Africa si spostò in Asia meridionale, passando per lo Yemen. (Viene infatti dedicato un libro a parte a questo tratto del percorso: Rhapsody In Black. In Vespa dall’Angola allo Yemen). Raggiunse poi l’Australia e la Tasmania, passando nuovamente per l’Indonesia.

©Giorgio Bettinelli

La Cina e l’ultimo grande viaggio di Giorgio

L’ultimo viaggio, che viene raccontato nel libro La Cina in Vespa, pubblicato nel 2008, lo vede percorrere altri 39.000 chilometri lungo tutte le 33 regioni che compongono il gran mosaico cinese.

In Cina, Giorgio aveva deciso di trasferirsi nel 2004 e di iniziare una nuova vita, comprando una casa e sposando la sua compagna cinese. Ma, usando una terminologia moderna, il germe del wanderlust che era in lui non tardò a prender nuovamente forma. Iniziò infatti l’ultimo grande viaggio due anni dopo, nel 2006.

Nel suo ultimo libro cerca di svelare quello che viene chiamato il grande punto interrogativo della Cina moderna. Si passa dai remoti e tranquilli villaggi di provincia agli immensi cantieri delle grandi città. Da deserti sconfinati agli occidentaleggianti centri commerciali. Da strade sconnesse a moderni snodi autostradali.

Ci mostra le infinite sfaccettature, odori e sapori, suoni e silenzi che caratterizzano la vita di tutti i giorni di questo paese tutt’ora così poco conosciuto e molto affascinante.

©Giorgio Bettinelli

L’immensa passione per il viaggio

Fu proprio in Cina, precisamente a Jinghong, che Giorgio morì per un malore improvviso alla giovane età di 53 anni. Proprio mentre stava preparando un altro libro, stavolta sul Tibet.

Chi sa di quante e di quali altre grandi imprese avremmo potuto leggere nei suoi libri. In quei libri dove lui aveva deciso di condividere tutto. Quel che vedeva con gli occhi, ma anche quello che, inevitabilmente, sentiva muoversi dentro di sé.

Racconta infatti che, secondo lui, per chi sta in viaggio da anni (a differenza di chi viaggia per brevi periodi) è impossibile concentrarsi soltanto su quanto accade esternamente e tralasciare quanto si modifica nella nostra mente. Ha scritto di sé senza censure e, spesso dice, “senza indulgenza e senza pietà verso me stesso”.

A quanti gli hanno chiesto cosa provasse alla fine di ogni viaggio ha risposto che, la sensazione di euforia derivante dall’aver completato imprese memorabili come coprire tutti quei chilometri in Vespa, durava pochissimo, o addirittura niente. Spesso quel che provava era direttamente malinconia e nostalgia per la fine del viaggio.

Una sua frase celebre, che può far riflettere a riguardo, dice proprio: Il presente è molto più vivo nel futuro, quando è già passato”. E fortunatamente, grazie ai suoi libri, chiunque, in qualsiasi futuro, potrà leggere le incredibili avventure in Vespa di Giorgio Bettinelli.

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