Cosa ci ha insegnato Christopher McCandless

Il 18 agosto 1992 Christopher McCandless moriva in un furgoncino abbandonato nelle terre selvagge dell’Alaska. A distanza di oltre 25 anni, milioni di persone nel mondo continuano a trarre ispirazione dalla sua storia, diventata nota  grazie al libro di Jon Krakauer e famosa a livello globale grazie al film del 2007 “Into the Wild”).

Ma più della sua vicenda e del suo tragico epilogo, sono tantissime le persone che ricordano il giovane per il messaggio di libertà, amore per il viaggio e ribellione verso le imposizioni della società che lanciò inconsapevolmente con il suo stile di vita fuori dagli schemi.

Credo che chiunque abbia un cuore ribelle e un animo avventuroso non possa che subire il fascino di Christopher McCandless. Personalmente mi successe guardando il film diretto da Sean Penn con la meravigliosa colonna sonora di Eddie Vedder.

In quel momento della mia vita (avevo diciassette anni), Christopher McCandless mi fece sentire meno strano e diverso.  Compresi che c’era chi aveva fatto davvero ciò che io pensavo fosse inimmaginabile: ribellarsi, lasciarsi tutto e tutti alle spalle e partire verso nuovi orizzonti.

La 1° lezione di Christopher McCandless

C’è chi muore vivendo e chi vive da morto

Nel tempo, mi sono convinto che siano proprio coloro che si sentono fuori luogo, inadatti, schiacciati dai doveri e dalle aspettative degli altri a capire davvero la sua storia. Solo chi è passato dalla sua stessa sofferenza e insofferenza può capire il motivo delle sue scelte.

Solo chi si è trovato così infelice da decidere a rischiare tutto può capire Christopher McCandless. Perché, va ricordato, parliamo di un ragazzo che a vent’anni rinunciò a tutti i suoi soldi, a un lavoro assicurato e iniziò a farsi chiamare in un altro modo. Non tutti possono comprendere cosa significa davvero tutto questo.

La maggior parte delle persone vive un’esistenza segnata da un percorso ben preciso, che prevede l’istruzione, un lavoro, una famiglia, la pensione, la morte e poco altro. È ciò che nel mio libro “Le coordinate della felicità” chiamo “La Grande Legge dell’Uno”: non puoi essere più cose nella vita, non puoi provare più sentieri, non puoi cambiare. Sei costretto a essere una sola cosa, vivere in un solo posto, svolgere un solo lavoro e avere un solo ristretto insieme di amicizie, passioni e passatempi.

Per chi vive su questa strada asfaltata, dritta e senza buche, la vita va accettata passivamente. Sono quelli che dicono “così è la vita” per giustificare il loro immobilismo. Spesso sono quelli che non pensano a nulla, non hanno alcuna consapevolezza, vivono per abitudine seguendo le regole imposte dall’alto e adottando hobby decisi da altri.

Ai loro occhi, Christopher McCandless non fu altro che uno scapestrato, un idiota, un folle, uno sfigato, uno che si è meritato la morte che ha subito.

Ogni volta che leggo commenti di questo tipo, sorrido. Perché Christopher si ribellò proprio a loro, a quelli che credono di avere la verità in tasca senza aver mai rischiato nella vita. Lui non voleva essere una pedina all’interno di uno schema, non voleva prendere ordini e accettare tutto senza mai porsi una domanda. Voleva scoprire in prima persona, voleva essere libero. Libero anche di pensare, libero di sbagliare senza dover chiedere il permesso, senza dover chiedere scusa, senza doversi sentire legato alle aspettative altrui.

Per liberarti, devi prendere dei rischi. Ed è curioso che Christopher McCandless sia giudicato con tanta severità soprattutto da coloro che nella vita non hanno mai rischiato.

La prima lezione che mi ha insegnato la sua storia è questa: c’è chi muore mentre vive al massimo e chi campa cent’anni senza aver mai vissuto davvero.

Into the Wild, il film di Sean Penn sulla storia di Christopher McCandless

La 2° lezione di Christopher McCandless

Per alcuni, ribellarsi è davvero l’unica strada verso la felicità

Le istituzioni, i familiari, gli amici, persino gli sconosciuti, si aspettano sempre qualcosa da noi. Nella maggior parte dei casi, però, non è quello che noi vogliamo, non è ciò che ci rende felici.

Non è così per tutti. C’è chi si trova bene in una vita tradizionale. Poi ci siamo noi, quelli con l’erba che cresce sotto i piedi. Gente che se sta ferma per troppo tempo, se sprofonda nella routine e ogni giorno vede e fa sempre le stesse cose, si deprime e si chiede perché stia sprecando la sua vita.

Chi appartiene a questa schiera, ha solo due possibilità: accontentarsi di una vita nella quale può ambire, al massimo, ad essere né felice né infelice oppure ribellarsi. Non ci sono alternative, se ti senti così diverso dagli altri è perché lo sei. Sei unico/a, e la tua felicità si trova proprio dove si trovava la mia: sulle strade alternative della vita.

Christopher McCandless era un ragazzo che aveva tutte le carte in regola per avere la vita “giusta”, ma non era ciò che desiderava. Riuscì a trovare il coraggio di mollare tutto e fare le cose a modo suo, nonostante le difficoltà che sapeva avrebbe incontrato.

Cambiò anche il suo nome in Alex Supertramp, perché riteneva che il nome fosse l’emblema di qualcosa che ci portiamo dietro per sempre pur non avendolo scelto. Un gesto di ribellione che dovrebbe insegnarci a prendere in mano la nostra vita e guidarla verso la nostra felicità, qualunque essa sia.

Al suo amico Ron, scrisse una lettera:

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Christopher McCandless

La seconda lezione che mi ha insegnato è questa: per quelli come noi, quelli che si sentono strani in una vita normale, l’unica soluzione è ribellarsi e costruirsi un percorso di vita che sia nostro e di nessun altro.

Into the wild

La 3° lezione di Christopher McCandless

La Natura va ammirata, mai sfidata

Abbiamo il diritto di restare affascinati e senza fiato di fronte alle meraviglie naturali, ma abbiamo il dovere di rispettare sempre la Natura. Non solo per preservarla, ma anche per non farci male.

Christopher McCandless la sfidò: si presentò in Alaska convinto di potersi nutrire cacciando con il suo fucile, ma alla fine catturò pochissimi animali e si ritrovò costretto a mangiare bacche per sopravvivere, ingerendone alcune velenose che contribuirono alla sua morte.

Quasi come se avesse intuito di aver commesso un peccato mortale a sfidare la Natura, sul suo diario riportò un pensiero sinistro pochi giorni prima di morire, come se avesse capito di aver superato il punto di non ritorno. Aveva appena sparato a un alce ma non era riuscito a conservarne la carne in alcun modo, ritrovandosi quindi senza cibo e con il cadavere dell’animale davanti al Magic Bus.

Di fronte alla forza della natura si sentì piccolo e insignificante, come un intruso nell’armonia di quei luoghi. Sul suo diario scrisse:

“Uccidere quell’alce è stata la più grande tragedia della mia vita. Vorrei non averlo fatto

Questa è la terza lezione che mi ha insegnato Christopher McCandless: noi andiamo a veniamo, la Natura resta. Per questo motivo dovremmo sempre limitarci a rispettarla e ammirarla, senza metterla alla prova.

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