Non ci sono scorciatoie per la felicità: la lezione del fotografo-viaggiatore Chris Burkard

Viaggiare è un verbo che racchiude al suo interno un’infinità di significati.

Si può viaggiare fisicamente spostandosi da un luogo all’altro, ma anche viaggiare mentalmente con i ricordi, le speranze, i sogni. Un’interpretazione molto azzeccata è anche quella del viaggiare come rottura della routine.

Compiere ogni giorno le stesse azioni, vedere sempre le stesse cose, relazionarsi con le stesse persone è una forma di schiavitù che il viaggio può spezzare.

Si prende, si parte, si va lontani e si scopre ogni giorno qualcosa di nuovo, si vive ogni giornata in maniera differente.

Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, anche viaggiare può diventare una routine, soprattutto quando fa parte del tuo lavoro.

Chris Burkard, il fotografo-viaggiatore

Chris Burkard è un fotografo professionista che a 19 anni decise di mollare l’università e iniziare a viaggiare.

Nel giro di pochi anni divenne un riferimento per gli organizzatori di contest di surf, al punto di essere richiesto ovunque: tutti volevano che scattasse fotografie ai surfisti.

“A essere sinceri non so nemmeno se sia un vero lavoro”, ha dichiarato durante un interessante discorso a Ted Talk. “Sicuramente i miei genitori non erano convinti che lo fosse quando a 19 anni lasciai tutto per seguire i miei sogni: cieli blu, calde spiagge tropicali e una abbronzatura fantastica. Voglio dire, per me era così, la vita non poteva andarmi meglio”.

Eppure anche questo lavoro dei sogni può diventare fonte di insoddisfazione nel momento in cui diventa routine.

“C’era un problema: più tempo trascorrevo a viaggiare in questi posti esotici e meno mi sentivo soddisfatto. Ero partito cercando l’avventura e avevo trovato solo la routine. Erano cose come il wi-fi, la TV, le cene eleganti e l’essere sempre connessi che per me sono le trappole dei posti pieni di turisti dentro e fuori dall’acqua. Non ho impiegato molto per iniziare a sentirmi soffocato”.

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Cambiare vita seguendo i propri desideri

Come succede a moltissime persone, questa vita apparentemente straordinaria cominciava a stargli stretta, a farlo sentire oppresso.

La soluzione alla sua insoddisfazione era nuovamente il viaggio.

Perché, come abbiamo detto in apertura, viaggiare ha tanti significati e interpretazioni differenti: se viaggiare diventa una routine, un modo differente di viaggiare è la soluzione.

Ho iniziato a desiderare luoghi selvaggi“, racconta Chris riferendosi alla crisi personale che stava vivendo costretto com’era a fotografare surfisti in acque inquinate e spiagge stracolme di turisti.

“Ho quindi iniziato a cercare i posti che altri fotografi di surf avevano scartato o perché troppo freddi, o troppo isolati oppure troppo pericolosi. Questa sfida mi ha intrigato subito. Ho iniziato una specie di crociata contro tutto ciò che è banale, perché se c’è una cosa che ho capito è che qualunque carriera, anche una affascinante come quella del fotografo, corre il rischio di diventare monotona”.

Abbandonate le spiagge da cartolina della California, dell’Australia e delle Hawaii, Chris si è messo alla ricerca di luoghi dove nessuno avrebbe mai pensato di trovare surfisti.

La sua è quasi diventata un’ossessione: voleva trovare onde perfette in posti dove solo pochi temerari surfisti osavano mettersi alla prova.

Alla scoperta dei mari più selvaggi del mondo

Il mio primo viaggio è stato in Islanda e ho capito subito che avevo trovato quello che cercavo.

In Islanda Chris trova anche il freddo, un elemento necessario se si è alla ricerca di terre selvagge con scarsa presenza umana.

L’esperienza è straordinaria: riesce a fotografare surfisti mentre cavalcano onde “perfette”, ovvero pulite e dominanti.

Quelle onde le vive in prima persona, perché si immerge personalmente in acqua e mentre inizia a tremare per la temperatura glaciale, si sente per la prima volta in totale sintonia con la natura.

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“Un’esperienza incredibile che non dimenticherò mai, perché in queste condizioni durissime mi sono sentito come se fossi capitato nell’ultimo luogo tranquillo, un luogo dove trovare la pace e la connessione con il mondo che sapevo non avrei mai trovato in una spiaggia affollata”.

Tornato negli Stati Uniti, decide di dedicare la sua carriera a fotografare surfisti coraggiosi in condizioni estreme.

Da quel momento ha iniziato un lungo giro del mondo che lo ha portato a visitare la Russia, la Norvegia, le Isole Faroe, il Cile, l’Alaska e il Canada.

Per raggiungere lo spot che vuole immortalare si ritrova spesso a dover progettare il viaggio con mesi di anticipo perché si tratta di luoghi remoti, dove l’uomo ha smesso di vivere da tempo. Su alcune spiagge ci sono molti più animali che persone.

Il freddo e la bellezza di sentirsi vivi

Mentre si trovava in Canada ed era intento a immortalare i surfisti seduto sulla sua tavola, ha assistito all’arrivo di un branco di orsi che ha distrutto il loro accampamento.

Gli orsi bruni hanno mangiato tutte le loro scorte e hanno distrutto le tende, mentre Chris e i surfisti erano costretti a stare in acqua, tremanti, in attesa che gli animali tornassero nei boschi dietro la spiaggia.

Quando ha visitato il Circolo Polare Artico, dove un gruppetto di folli aveva deciso di provare a surfare, si è reso immediatamente conto che c’erano più pecore che esseri umani. E di pecore ce n’erano poche.

“È stato solo andando in Norvegia che ho veramente imparato ad apprezzare il freddo“, ha raccontato il fotografo nato e cresciuto in California.

“Quando ho raggiunto un piccolo fiordo all’interno del Circolo Polare Artico ho visto onde enormi infrangersi sulla costa. Ero nell’acqua a fare foto e si è messo a piovere. La temperatura ha incominciato a scendere. Mi sono detto che non sarei uscito dall’acqua. Avevo viaggiato così a lungo cercando proprio questo: temperature estreme e onde perfette. E anche se non sentivo più le dita per scattare, sapevo che non sarei uscito”.

Il viaggio al Circolo Polare Artico

L’esperienza al Circolo Polare Artico è stata in assoluto quella più intensa, qualcosa che lo ha segnato profondamente e che non dimenticherà mai.

“Sapevo che quel posto era noto per le navi affondate e gli aerei precipitati, e mentre mi trovavo lì fuori ho iniziato ad essere veramente terrorizzato perché ero quasi in ipotermia. I miei amici mi hanno aiutato a uscire dall’acqua. Non so se ero delirante o cos’altro, ma più tardi mi hanno detto che avevo sorriso per tutto il tempo“.

In quel sorriso (immortalato anche dal selfie che trovate al fondo dell’articolo) è racchiuso tutto il senso del suo lungo viaggio alla ricerca della felicità.

Nonostante avesse un lavoro dei sogni, le spiagge e i mari affollati non erano ciò che lo rendeva felice. Aveva scelto di fare il fotografo per raccontare la bellezza della natura, non per immortalare l’acqua piena di rifiuti e le spiagge occupate da masse di turisti.

Soffrire per trovare la felicità

Chris Burkard ha trovato la sua felicità immergendosi completamente nella natura più estrema, dove una piccola decisione sbagliata può portarti alla morte.

Come un moderno Christopher McCandless, solo in quel momento si è reso conto solo di quanto siamo insignificanti, e solo in quel momento ha capito cosa vuol dire essere parte di qualcosa di più grande e importante.

“Ho realizzato che tutto quel tremare mi aveva insegnato qualcosa: non ci sono scorciatoie per la felicità. Per ogni cosa degna di essere inseguita bisogna soffrire, giusto un pochino, e la sofferenza che ho provato per fare queste foto ha aggiunto valore al mio lavoro, che ora per me ha un altro significato oltre al riempire le pagine di qualche rivista”.

In questi posti ho lasciato una parte di me e me ne sono andato con quel senso di compiutezza che ho sempre cercato. E allora guardate questa foto: sarebbe facile vedere dita arrossate, la muta congelata. la difficoltà che ha comportato anche solo stare in quel posto. Ma io, più di qualunque altra cosa, vedo la felicità“.

120317_burkard_10788Tutte le foto per gentile concessione di Chris Burkard.