Carlo Taglia: “Dal Capo di Buona Speranza a Capo Nord senza aerei, ora mi fermo nella foresta svedese”

Sette anni fa, Carlo Taglia è partito per il suo giro del mondo senza aerei. Un’avventura che ha ispirato migliaia di persone non solo a viaggiare e ad esplorare il mondo, ma anche a prendere in mano la propria vita e tornare a sognare.

Per chiudere il suo giro del mondo senza aerei, negli ultimi sei mesi Carlo si è lanciato in un’avventura straordinaria: partire da Capo di Buona Speranza in Sudafrica e arrivare a Capo Nord in Norvegia, tagliando in due sia l’Africa sia l’Europa.

Un viaggio che pone fine a una fase della sua vita, perché, come mi ha raccontato, per lui è arrivato il momento di fermarsi e posizionare la bussola dei suoi sogni in un’altra direzione

Ciao Carlo, bentornato su MVV. L’ultima volta che ci siamo sentiti mi avevi detto “ora voglio conoscere meglio il Centro America”. Cosa ti ha trasmesso il tuo viaggio in questa zona del mondo, che hai poi raccontato in “Vagamondo 2.0”?

Ciao Gianluca, il Centro America mi ha permesso di rivivere alcune sensazioni che avevo provato in Sud America anche se non con la stessa intensità, sia per le sue dimensioni ridotte, sia per la somiglianza nei paesaggi dei suoi Paesi. Ho imparato molto sulla storia di straordinarie civiltà precolombiane come gli Atzechi e i Maya, ma ho conosciuto anche meglio la conflittuale storia dello scorso secolo dei suoi Paesi che convivono con l’ingombrante vicinanza degli Stati Uniti.

Mi ha commosso e colpito la lotta contadina per difendere le proprie terre contro la sete di potere di multinazionali statunitensi con la complicità di dittatori spietati, ma questa piccola fetta di mondo mi ha anche deliziato con i suoi paesaggi vulcanici, caraibici e con le pittoresche città coloniali.

Inoltre qui ho trovato popoli davvero ospitali, soprattutto i messicani. La cultura indigena sopravvive in diversi Paesi ed è molto affascinante non solo per il suo stile di vita o per lo sciamanesimo, ma anche per i suoi colorati e caratteristici mercati. Sono rimasto molto colpito anche dal sincretismo religioso che si è creato mescolando tradizioni indigene con il cristianesimo.

Dopo il Centro America, l’Africa. Cosa rappresentava per te il continente nero? Era un viaggio che avevi immaginato da tempo oppure eri semplicemente spinto dalla voglia di scoprire un’altra parte di mondo?

Questo era un sogno che coltivavo almeno dall’inizio del 2013 quando nel mio giro del mondo precedente avevo deciso di lasciare da parte l’Africa. Ero stanco a livello psicofisico e siccome rispetto molto quel continente primordiale ho deciso che lo avrei affrontato in un secondo momento dedicandogli un viaggio proprio carico di energia e con la giusta maturità.

Ci vuole una certa esperienza per attraversare l’Africa in solitaria con i mezzi pubblici o autostop. Ci vuole una certa preparazione psicologica per saper gestire tante situazioni differenti tra cui alcune non facili. Alla fine molta dell’esperienza che viviamo dipende da quello che siamo, dall’energia che portiamo con noi in viaggio, quindi è importante arrivare al viaggio più arduo con un buon bagaglio alle spalle. Dopo aver attraversato praticamente tutti i continenti mi sentivo incompleto senza il continente nero.

Così sei partito per un’avventura pazzesca: 36.000 km via terra, da Capo di Buona Speranza in Sudafrica a Capo Nord in Norvegia. Hai attraversato due continenti, passando dal caldo africano al gelo scandinavo, dalla savana alla neve.

Da dove si inizia a raccontare un viaggio del genere?

È stato difficile raccontare un’esperienza del genere in 300 pagine nel nuovo libro Vagamondo 3.0, che verrà pubblicato nelle prime settimane di maggio, figurati in poche parole. Nonostante abbia scritto così tante pagine sento di non essere veramente riuscito a scrivere tutto quello che avrei voluto.

Paesaggi primordiali mozzafiato, le tribù africane ancestrali, il regno degli animali selvatici, gli incontri magici e una grande ospitalità. Le straordinarie bellezze dei deserti della Namibia e dell’Etiopia. L’affascinante e maestoso Antico Egitto. Un grande contatto culturale con i popoli del continente più povero e misterioso. E poi i momenti difficili, lo sconforto, il pericolo durante la traversata dell’Africa nera…

Ci sono stati momenti particolarmente difficili in viaggio?

Negli oltre cento mezzi presi in più di sei mesi di viaggio, ho incontrato solo due stranieri e quindi mi son trovato quasi sempre l’unico bianco su mezzi sgangherati o nelle caotiche stazioni delle deliranti metropoli africane. Ho subito alcune aggressioni, anche a mano armata.

Mi son trovato nel mezzo di uno storico colpo di Stato ad Harare, in Zimbabwe, dove ho assistito alla caduta di Mugabe dopo trentasette anni di dittatura. Ho viaggiato con i rifugiati del Malawi, con i quali mi son trovato a dover corrompere la polizia di frontiera. Ho affrontato “viaggi della speranza” in autostop attraverso alcuni dei deserti più grandi al mondo, in Botswana e in Sudan.

Poi il passaggio nella conflittualità del Medio Oriente e la traversata del Mediterraneo a bordo di una nave mercantile, per sbarcare infine in Italia e tirare su dritto verso la Scandinavia. Questa epica impresa si è conclusa nell’estremo nord del mondo, a Capo Nord, in condizioni climatiche a dir poco avverse.

Recentemente hai scritto: “Questo viaggio in Africa è stato il più duro, ma anche il più intenso. Mi ha dato e tolto tantissimo”.

Sì, ho imparato davvero tanto sulle culture e sulla storia africana. Ho studiato parecchio e sono andato a vedere con i miei occhi luoghi storici, oltre a vivere in prima persona momenti che hanno fatto la storia di questo continente. Mi sono confrontato con la gente del posto, ascoltando diversi punti di vista.

La mia idea di Africa era molto confusa e in alcuni casi errata per via dell’informazione distorta dei mass media.

A livello umano gli africani mi hanno dato e tolto tanto. Non è stato facile essere spesso l’unico bianco e avere la maggior parte degli occhi puntati addosso. Ho dovuto affrontare anche la solitudine più intensa e le mie paure più profonde. Non so quanto tempo ci vorrà prima di rendermi veramente conto di quanto questa esperienza mi abbia dato e mi darà. Ci vuole un lungo periodo per metabolizzare completamente avventure del genere.

Posso dire che questo viaggio ho praticamente esaurito la grande sete di mondo e conoscenza che mi ha spinto ad affrontare 200.000 km senza aerei per il mondo. Non che non voglia più viaggiare, ma ora per la prima volta mi sento appagato e realizzato. Ho voglia di una vita più stabile e di costruire qualcosa di duraturo con le persone attorno a me.

Chissà magari sarà una famiglia o una comunità oppure un orfanotrofio. Tutto può essere, vedremo cosa il vento della Vita avrà in serbo per me.

Al termine del tuo viaggio hai scritto una riflessione molto profonda su tua madre e sulla malattia che l’ha portata via anni fa. In che modo hai associato questo viaggio a lei? Che lezione di vita ti ha trasmesso tua madre e quali hai appreso durante questo viaggio?

La morte di mia madre è stata l’esperienza più dolorosa e costruttiva della mia vita. Ho trasformato quello strazio vissuto, negli ultimi mesi di malattia accanto a lei, nel mio punto di forza e non nella mia debolezza. Lei mi ha trasmesso un amore per la Vita che io non avevo, quello di una persona che sa che sono i suoi ultimi giorni di esistenza.

Lì ho compreso il vero valore della Vita e così non ho più dato nulla per scontato cercando di realizzare oggi tutti i miei sogni più grandi senza aspettare un domani che non è assicurato. Per non darla vinta a quella terribile malattia mi ero promesso che avrei davvero realizzato il sogno di fare il giro del mondo e dedicarlo a mia madre.

Ora che ho portato a termine questo lungo progetto di 7 anni attraverso tutti i continenti, sento di aver compiuto la mia promessa. Mia madre mi ha accompagnato e protetto per ogni singolo chilometro.

Dopo aver completato il tuo viaggio sei tornato a “casa”, ovvero la comunità agricola in mezzo alla foresta svedese dove vivi con la tua compagna.

Su Mangia Vivi Viaggia ho raccontato diverse esperienze di vita alternative come questa. Cosa significa vivere in mezzo al verde e lontani dal rumore delle grandi città? Concretamente, come funziona la vita “lassù”?

Per me nella natura c’è la vita reale, mentre la città è un’illusione. Nel verde si ritrova un contatto con la grande Anima di questo mondo e quindi una grande pace, mentre nel cemento e nello smog ci perdiamo nelle illusioni mentali.

Vivere nella foresta del nord non è facile. Si è isolati, c’è un clima rigido e nel mio contesto, una comunità agricola, bisogna lavorare quotidianamente anche per fare funzionare questo progetto. Siamo spesso impegnati ad alimentare la caldaia a legna, nei lavori di manutenzione, nell’orto, nei campi e nella serra (anche se non tutto l’anno), con gli animali o a organizzare eventi musicali con cui coprire alcune delle spese che abbiamo.

Alla fine vivo con poco più di un centinaio di euro al mese in uno dei Paesi più cari al mondo perché grazie ai lavori che abbiamo nella comunità e alla condivisione di tante cose riduco notevolmente le spese. Inoltre si fa una vita semplice, si mangia sempre a casa e mai nei ristoranti anche perché sono distanti. Non andiamo nei bar a bere perché l’alcol costa troppo ma ci troviamo nella comunità o nelle case di amici se vogliamo bere qualcosa in compagnia.

Considerando la tua esperienza di viaggiatore e la tua attuale vita nella comunità agricola nei boschi scandinavi, cosa ne pensi di chi dice che viaggiare è solo una questione di soldi?

Penso che la vita in città sia ormai molto costosa, tra spese per la casa, per tutti gli oggetti, elettrodomestici o vestiti che compriamo e possediamo individualmente, per le cene fuori o le serate a bere in giro per locali che ti prosciugano tutto lo stipendio. Il primo modo per guadagnare qualcosa in più per viaggiare è ridurre la spese che abbiamo e le comunità sono una grande opportunità.

A volte mi sorprende che la maggior parte delle persone che mi scrivono siano convinte che viaggiare sia un lusso, mentre oggi il vero lusso è vivere in città. Quando viaggio riesco a vivere con circa 15-20 euro al giorno, a volte meno e altre volte più ma diciamo che quella è la media, mentre in città con tutte le spese già elencate, tanti spendono almeno 40 euro al giorno.

In viaggio solitamente si spende solo per mangiare, dormire o muoversi. Preferendo paesi sottosviluppati dove la vita costa meno, quando si dorme e si cucina negli ostelli si può vivere con poco. Non si comprano oggetti superflui perché non solo vanno a pesare sul proprio portafoglio ma anche nello zaino.

Poi molti non comprendono che il viaggio possa essere un lavoro e si possa guadagnare strada facendo. Eppure siamo nel 2018 e con internet si può lavorare ovunque oltre ai lavori che si trovano sul posto.

Perché preferisci la vita in una comunità agricola alla vita in città?

Per me conta anche il fatto che convivere con persone che condividono una simile filosofia di vita faccia bene all’anima. A volte mi sento meno solo nella foresta che in città. Nei centri urbani siamo migliaia di persone, ma tutti rinchiusi nel proprio appartamento di palazzi immensi come fossero delle comode e moderne gabbie che comunque non ci difendono abbastanza dall’inquinamento e il rumore del traffico.

Abbiamo difficoltà a comunicare perché siamo troppo presi dalla vita frenetica e siamo sempre di corsa. Poi in città c’è più criminalità e si coltiva parecchia diffidenza verso il prossimo. Qua invece vivo con una ventina di persone in vecchie e vissute case di legno con tanta natura e silenzio attorno, respirando aria sana. Almeno tra di noi c’è una buona comunicazione e ci diamo una mano a vicenda.

Per uno che ha visitato gran parte del mondo, qual è il prossimo obiettivo?

Più avanti, ogni tanto, un viaggio lo farò, ma sicuramente con molta meno intensità degli ultimi anni e con uno stile differente. Ho ancora qualche nuova cultura da conoscere, ma onestamente mi manca l’India. Sono ormai tre anni che non ci torno e nessun’altro Paese mi ha trasmesso tanto.

Sinceramente, però, la bussola dei miei sogni per la prima volta non è orientata verso nuovi grandi progetti sulla mappa di questo meraviglioso pianeta. Negli ultimi anni ho realizzato ogni piccolo o grande sogno di viaggio che mi è passato per la testa, sono appagato e soddisfatto di ciò che ho realizzato, ho raggiunto un’evoluzione straordinaria e mi sento pronto a qualcosa di diverso.

Ho voglia di costruirmi una vita semplice, a forte contatto con la natura, immerso nella foresta svedese. Il mio punto di arrivo, di quest’ultimo viaggio, non è stato un luogo fisico, ma molto di più: l’amore che sto costruendo con la mia compagna.

Il mio prossimo sogno è vedere cosa ne sarà di noi e prendermi cura di un orto. Avere una base da chiamare casa e, dopo aver trascorso anni in solitaria a sviluppare infinite riflessioni su me stesso, dedicarmi a qualcun altro. Che sia una compagna, che siano dei figli o che siano dei bambini di un orfanotrofio.

Sono stufo di occuparmi solo di me, ora voglio condividere tutta la meraviglia e la consapevolezza che ho assorbito percorrendo oltre duecentomila chilometri sulla Terra senza prendere aerei. Non solo attraverso i libri, ma anche direttamente, sviluppando questa straordinaria energia divina in un luogo che sia una casa o una comunità.

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