Taylor Camp: il sogno infranto di un villaggio hippie immerso nel verde delle Hawaii

Gli anni ‘70, una nuova coscienza, il ripudio della guerra, l’accettazione di se stessi e del diverso, il ritorno alle origini e il ricongiungimento con la natura: il movimento Hippie era tutto questo.

Era il grande sogno di migliaia di giovani e non giovani, americani e cittadini del mondo; era il riappropriarsi della propria vita e della proprie scelte senza vincoli e costrizioni, nel nome dell’amore libero; era il vivere in completa pace e armonia ripudiando il capitalismo e il materialismo per tornare ad apprezzare la bellezza della natura.

Molte persone, condividendo le stesse scelte e gli stessi ideali, si raggrupparono tra loro, creando veri e propri villaggi hippie.

Tutte queste comuni avevano caratteristiche simili: immerse nella natura, si sostenevano con l’auto-produzione e si regolavano con principi basati sull’uguaglianza e l’amore reciproco.

Negli anni, alcune di queste comunità crebbero considerevolmente. La vita nei villaggi scorreva a ritmo lento, senza stress e preoccupazioni, nell’armonia generale. Non erano necessari denaro, leggi scritte o guardiani: tutti vivevano per costruire una realtà serena e privo di violenza e odio.

Il governo degli Stati Uniti, al contrario, era spaventato dalla grande crescita del movimento e cercò in svariati modi di mettere un freno il proliferare di villaggi e comunità.

Uno dei casi più eclatanti è quello di Taylor Camp, l’ultimo vero villaggio hippie a cadere.

Questo insediamento sorse sulla spiaggia privata di Howard Taylor, fratello di Elizabeth Taylor, sull’isola di Kauai, nell’arcipelago delle Hawaii.

Howard prese a cuore la situazione di tredici ragazzi che si erano accampati sull’isola ed erano stati incarcerati con l’accusa di vagabondaggio. Li aiutò ad uscire dal carcere e concesse loro di accamparsi all’interno della sua proprietà privata, senza chiedere nulla in cambio.

La voce si diffuse rapidamente in tutti gli Stati Uniti e in molti raggiunsero l’isola per unirsi e trovare ospitalità: hippie, surfisti, veterani dell’atroce guerra in Vietnam.

La comune, che prese il nome di Taylor Camp per onorare l’uomo che l’aveva resa realtà, era aperta a tutti coloro che volevano una vita più semplice eppure più ricca.

In poco tempo il numero di abitanti raggiunse le 120 persone. Il villaggio si sviluppò con la costruzione di capanne, composte da materiali di recupero.

Lo stile di vita era completamente libero, al punto che non c’erano neanche elettricità ed acqua corrente. Molti degli abitanti giravano per il villaggio completamente nudi, e non erano rare le feste a base di musica e droghe leggere.

Nonostante l’utilizzo diffuso di stupefacenti, non ci fu mai alcun vero problema: nel Taylor Camp si creò un ordine senza regole che oggi risulta quasi utopico, ma che all’epoca fu possibile grazie a quella filosofia di vita “Peace & Love” divenuta poi celebre in tutto il mondo.

Nonostante ciò, la presenza del villaggio hippie rappresentava un problema per gli interessi economici locali: gli imprenditori intenzionati a investire sull’isola hawaiana costruendo resort e strutture turistiche volevano che sparissero il prima possibile.

La possibilità che i turisti si sarebbero trovati casualmente di fronte a uomini e donne nudi in spiaggia, magari sotto l’effetto di droghe leggere, era inaccettabile per chi voleva sfruttare la maestosità delle Isole Hawaii per ricavarne più denaro possibile.

Così, come alla fine di ogni bel sogno, arrivò il risveglio anche a Camp Taylor.

Nel 1977 Taylor vendette i suoi terreni al governo statunitense. Tra questi c’era anche la piccola area del villaggio hippie, che fu smantellato pochi giorni dopo essere diventato di proprietà dello stato.

Dopo otto anni dalla sua creazione, il sogno di una comunità hippie dove tutti erano accolti senza distinzioni di età, sesso e razza finì nel peggiore dei modi: tutti gli abitanti del villaggio furono cacciati con la violenza e le capanne furono incendiate affinché nessuno vi facesse ritorno.

Nella zona dove negli anni ’70 erano presenti le abitazioni degli hippie, oggi si trovano un parcheggio e una toilette per i turisti. Se esistesse ancora, il Taylor Camp farebbe parte del Na Pali State Park, un meraviglioso parco naturale inaugurato nel 1983.

La scomparsa della comune hippie immersa nel verde delle Hawaii fu la sconfitta definitiva del movimento hippie, che in quell’occasione perse la battaglia proprio contro il nemico più grande: il capitalismo.

Il sogno di una comune autosufficiente, che poteva fare a meno di leggi e denaro inseguendo ideali di amore reciproco e rispetto, fu spazzato via da interessi economici milionari.

Tuttavia, nemmeno i soldi e la violenza sono riusciti a far sparire davvero il Taylor Camp.

È vero che il villaggio non esiste più, ma gli ideali che lo animarono non sono mai morti: ancora oggi, migliaia di persone continuano a sognare un mondo libero e pieno di amore.

E chissà che un giorno il Taylor Camp non tornerà a esistere: a volte un sogno è tutto ciò di cui si ha bisogno. E se è vero che le abitazioni si possono incendiare e le persone possono essere costrette ad andarsene, nessuno può uccidere un’ideale.

Photo by John Wehrheim

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