Amo parlare con i viaggiatori perché non ti giudicano per il tuo lavoro o la tua età

Photo by Eddy Billard

Le parole sono importanti. È attraverso le parole che esprimiamo ciò che abbiamo dentro, creando un legame tra noi e la persona che abbiamo di fronte. A volte quel legame diventa eterno: tutti noi ricordiamo il primo “ti amo” o quella volta che attraverso le nostre parole abbiamo fatto ridere di gusto una persona speciale.

Le parole hanno un’importanza straordinaria, specialmente in questi tempi dominati da banalità e superficialità. Le parole giuste al momento giusto, che siano soppesate come se fosse una questione di vita e di morte oppure pronunciate di getto direttamente dal cuore, senza filtri e senza menzogne, sono un gesto di ribellione al conformismo dei nostri tempi.

Le odiose etichette che ti definiscono

Oggi quando parli con le persone ti capita spesso di ritrovarti coinvolto in conversazioni senza alcuno spessore, basate su quelle odiose etichette che la nostra società iper-competitiva e materialista ci spinge ad attribuire a ogni singola persona che troviamo sulla nostra strada.

Quante persone ho visto scoppiare a piangere in viaggio, magari su un bus o in un ostello? Quelle lacrime non avrebbero visto la luce a casa e sarebbero state ricacciate indietro… ma quando viaggi non devi preoccuparti di essere ciò che non sei

Le coordinate della felicità

Pensaci: cosa succede quando conosci una persona nuova?

Per prima cosa vi stringete la mano e dite i vostri nomi. Se ci pensi, non è qualcosa che hai scelto eppure è il tuo primo tratto distintivo. Non hai scelto di chiamarti Marta, Adolfo, Salvatore o Jennifer. Ti porti dietro quella parola da quando nasci fino a quando muori ma cosa dice di te il tuo nome? In che modo ti rappresenta? Indica davvero qualcosa sulla tua identità?

No. Niente di tutto ciò. È solo una parola, eppure è la prima cosa che ti chiedono per conoscerti.

Poi ci sono il “come va?” e l’automatico “bene“. In rapida successione, parole che escono rapide per paura dei silenzi imbarazzanti e di un’analisi più approfondita dell’argomento. A volte non ce ne rendiamo conto ma se rispondiamo alla velocità della luce è perché non vogliamo che la persona che abbiamo davanti noti una crepa nel muro di sicurezza che abbiamo innalzato tra noi e gli altri. In quell’armatura di pura apparenza che indossiamo ogni mattina.

Anche in questo caso non esiste profondità, non c’è alcun reale scambio. Le parole non contano assolutamente niente, potrebbero assumere il significato opposto a quello che teoricamente dovrebbero significare.

D’altronde quando chiedi a qualcuno “come stai?“, qual è la risposta che ricevi nella stragrande maggioranza dei casi? Ovviamente è “bene” o “tutto bene“. Le persone si guardano negli occhi e pronunciano con noncuranza queste parole che non hanno alcun valore. Dicono “tutto bene” quando in realtà potrebbe andare peggio che mai.

I viaggiatori danno valore alle parole

Non mi piace mai generalizzare ma nel tempo ho notato che i viaggiatori danno ancora valore alle parole. Lo dico perché ne ho incontrati a centinaia in giro per il mondo e con ognuno di loro ho avuto conversazioni che mi sono sempre sembrate molto più profonde rispetto a quelle che potrei avere con una persona che non ama viaggiare.

Spesso i viaggiatori non amano i convenevoli. In diverse occasioni mi è capitato di parlare a lungo con una persona e solo dopo un’ora o più mi sono reso conto che non sapevo nemmeno come si chiamava. Oppure mi è successo di incontrare ragazzi e ragazze con zaini enormi sulle spalle in attesa del mio stesso bus/treno/traghetto/aereo con cui condividere sogni, paure, idee. Perfetti sconosciuti con cui aprirsi come se fossero vecchi amici.

È qualcosa che mi ha sempre colpito moltissimo e mi ha portato a chiedermi: dovevo andare dall’altra parte del mondo per potermi confidare con qualcuno?

Ne ho parlato anche nel capitolo La persona più felice che conosca del mio libro:

Al tavolo di fianco si è seduta una ragazza americana. È piena di tatuaggi e sta strimpellando una chitarra recuperata in un qualche angolo del ristorante. Non è molto brava ma se ne frega, e ad un certo punto si mette persino a cantare. Solo allora capisco (e non senza sforzo) che sta suonando una versione a dir poco alternativa di Sweet Child O’ Mine. Le sorrido e le faccio il segno del pollice all’insù, per farle capire che apprezzo. A piacermi non è tanto l’esecuzione, quanto l’atteggiamento: fa ciò che le piace senza curarsi del giudizio altrui. Mi regala un “yeah” e un sorriso po’ imbarazzato. Scambiamo qualche parola, dando vita ad una di quelle conversazioni tra viaggiatori che risulterebbero impossibili in altri contesti. Da dove arrivi, dove vai, cosa mi consigli di visitare. In questi dialoghi non si parla mai di lavoro, non si chiede l’età, non si discute di soldi, non si esprime un giudizio. Si comunica in modo semplice e spontaneo, senza maschere e spesso si scende in profondità, perché aprirsi con una persona sconosciuta è davvero molto facile quando viaggi. Si ha l’impressione di essere tutti nella stessa situazione, tra viaggiatori. Si instaura subito un rapporto di fiducia, quello che può nascere solo tra anime erranti lontane migliaia di chilometri da casa. Le parole si scelgono con cura, tornano ad essere importanti, perché quando le pronunci sai che verranno ascoltate con attenzione. Lontano dal rumore e dalla prevedibilità della quotidianità, non puoi dare nulla per scontato.

Tratto da “Le coordinate della felicità

Parlare con un viaggiatore o una viaggiatrice

Proprio perché ho sempre avuto l’impressione che i viaggiatori scelgano con grande cura le parole (specialmente quando si tratta di destinazioni: il turista ti dirà che un posto è “bello” o “brutto”, il viaggiatore te lo descriverà in riferimento alle sue sensazioni, senza assolutismi), quando sento il bisogno di avere una bella conversazione profonda, di quelle che ti rimangono dentro e non dimentichi un secondo dopo averle finite, mi rivolgo a un viaggiatore o una viaggiatrice.

Perché chi non viaggia è solo interessato a quelle etichette di cui parlavo prima: che lavoro fai, quanti anni hai, se sei un marito o una moglie, se sei un genitore, se sei laureato, se sei del nord o del sud, di destra o di sinistra. Chi non viaggia si aggrappa disperatamente a queste banalità perché teme l’ignoto e sente il bisogno di categorizzare tutto.

Chi viaggia, invece, ama l’ignoto. Ne è attratto fatalmente. Così può capitarti di parlare a lungo con una ragazza mai vista prima senza nemmeno sapere la sua nazionalità oppure di condividere un taxi con un giramondo senza conoscere il suo nome o ancora di trascorrere un’intera giornata con una coppia di viaggiatori di cui non sai altro che i loro futuri piani di viaggio.

Per i viaggiatori, le parole contano ancora

I viaggiatori non parlano di banalità e non si fermano alla superficie. Non ti chiedono “come va?” ma in compenso sono disposti ad ascoltare le tue riflessioni sul senso della vita, sulla felicità, sull’amore. E quando hai finito di “sfogarti”, saranno loro a raccontare gioie e dolori della loro vita e lanciarsi in riflessioni intime e apparentemente inadeguate tra sconosciuti.

Apparentemente, appunto. Ma tra viaggiatori le apparenze contano poco o nulla. Contano le esperienze, le storie, l’essere presenti qui e ora. Contano le parole, perché sono pronunciate sinceramente e senza filtri.

Quando te ne rendi conto, capisci che puoi trovare un fratello o una sorella in qualsiasi parte del mondo. Dietro casa o dall’altra parte del pianeta. Non importa che aspetto abbia, quanti anni abbia, quanto sia ricco, quale lavoro svolga: se è un viaggiatore, è una persona con cui non ti limiterai a scambiare parole vuote. Con lui o lei, potrai parlare davvero.

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