Cosa possiamo imparare dalla vicenda dei bambini thailandesi bloccati nella grotta

Milioni di persone in tutto il mondo hanno seguito con il fiato sospeso la vicenda dei bambini thailandesi intrappolati dentro le grotte insieme al loro giovane allenatore. Una situazione tremenda che si è risolta con un lieto fine: tutti e 13 sono stati salvati.

Il mondo ha quindi potuto tirare un sospiro di sollievo. Già, il mondo intero, perché questa vicenda è stata seguita da persone di ogni nazionalità, sesso, religione e cultura. Tutti insieme, senza distinzioni, con il timore che quelle giovani anime potessero non rivedere mai più la luce del sole.

E ora che sono tutti salvi possiamo certamente festeggiare, ma possiamo anche fermarci un attimo a riflettere su ciò che questa storia ci può insegnare.

Quando un problema di pochi diventa il problema di tutti

I primi a mostrarsi uniti di fronte a questa tragedia sono stati i thailandesi. Niente polemiche, nessuna caccia al colpevole o scandali mediatici. La Thailandia, dalle montagne del nord alle isole del sud, ha scelto di fronteggiare questa situazione nell’unico modo possibile: con il silenzio e l’unione.

Se gli scatti dei bambini dentro la grotta hanno fatto il giro del mondo, si è data molta meno importanza ai filmati che mostravano milioni di thailandesi impegnati a pregare, nonostante fossero immagini molto più significative.

Puoi anche non credere in Dio, è quasi naturale in questa società che ci spinge a razionalizzare tutto, anche l’amore, e i più cinici diranno che la spiritualità non fa alcuna differenza nei soccorsi.

Eppure quando le persone si uniscono nella spiritualità, in qualunque forma, il problema di pochi diventa il problema di tanti. Così il peso è sulle spalle di tutti, ma è più facile da sopportare. Non è più una questione esclusiva dei bambini e del loro allenatore, ma una faccenda che riguarda tutti. Si crea un clima di positività e speranza, che ci fa sentire connessi.

Quell’atmosfera da “tutto è possibile” che ha effetti concreti sul modo di affrontare le sfortune della vita.

Photo by Ajit Solanki

Il senso di appartenenza all’umanità

Oggi tutta la Thailandia sta festeggiando. I bambini e il loro allenatore sono stati salvati e tutti hanno un buon motivo per sorridere. I thailandesi celebrano la vittoria della vita sulla morte perché sentono di aver partecipato attivamente alla battaglia, con le loro preghiere e il fronte comune che hanno creato.

Forse ciò che più dovremmo imparare da loro è proprio questo senso di appartenenza a qualcosa di più grande che nasce dal buddhismo e si esprime in tanti modi diversi nella vita di tutti i giorni. L’amore per la loro cultura, la capacità di prendere la vita con un sorriso sia nelle situazioni negative sia in quelle positive, ma soprattutto il supporto reciproco totale: tra di loro i thailandesi si aiutano sempre, senza chiedere all’altro se è di destra o di sinistra, se è buddhista o musulmano, se viene dal nord o dal sud del paese. Si considerano tutti fratelli e sorelle.

Si può pensare di allargare questa mentalità al mondo intero? Unirci senza distinzioni e pregiudizi? Per molti è pura utopia. Eppure quello che ho visto in questi giorni ha acceso in me una nuova luce, per quanto flebile. Perché ho visto persone diverse e fiere della loro unicità, ma tutte dallo stesso lato della barricata.

Quello della speranza.

Essere uniti, non solo di fronte alle tragedie

In questi giorni ho capito che l’umanità è capace di andare oltre all’odio e alle barriere. L’umanità è capace di essere compatta quando ce n’è bisogno. Ma allora, considerando la violenza e le ingiustizie che dominano i nostri tempi, mi pongo spontaneamente una domanda:

Non possiamo proprio diventare qualcosa di più della somma dei singoli anche quando non siamo di fronte a una tragedia?

Il mondo ha tanti problemi ma ognuno di questi si potrebbe risolvere nel modo in cui è stata affrontata la situazione dei bambini e dell’allenatore thailandesi: con l’amore universale e l’unione.

Perché in fondo siamo tutti esseri umani. Ognuno di noi ha sogni, desideri, affetti, ambizioni, problemi e soddisfazioni.

Siamo tutti uguali ma siamo anche tutti diversi. Ed è giusto che sia così, il bello di viaggiare è proprio scoprire il diverso, quello che ci attrae e ci spinge e partire. Nessun viaggiatore vorrebbe un mondo tutto maledettamente uguale.

Ma essere diversi non vuol dire essere separati ed essere uniti non significa perdere la nostra identità. Forse basterebbe essere orgogliosi di far parte dell’umanità, al di là della nazionalità, del credo e della cultura, per rendere il mondo un posto migliore.


Questo articolo è dedicato a Saman Kunan, il sommozzatore volontario morto durante i soccorsi dei primi giorni. Di seguito riporto le parole che la moglie ha pronunciato al suo funerale, con occhi lucidi ma fieri. Credo siano una grande lezione di vita per chiunque:

“Ci amavamo tantissimo. Una volta Saman disse che non sappiamo quando moriremo e non possiamo controllarlo. Per questo motivo dobbiamo sempre essere grati di essere vivi, ogni giorno. L’orgoglio che ho per lui è più forte della tristezza. L’orgoglio che ho per lui mi aiuterà a superare il dolore”.