Lettera aperta ai genitori: fate viaggiare i vostri figli

Photo by Ehud Neuhaus

Ho ricevuto questa splendida lettera da parte di un padre che ha letto il mio libro “Le coordinate della felicità“.

Ha voluto condividere con me la sua esperienza di genitore che vede sua figlia allontanarsi di casa per andare a scoprire il mondo.

Per me non c’è gesto d’amore più vero e profondo del lasciare andare chi non è felice, anche se questo significa separarsi fisicamente. Non ho esitato a pubblicarla anche perché racconta il viaggio da un punto di vista diverso: quello di chi resta.

La lettera

Cari genitori, fate viaggiare i vostri figli.

So che di fronte a queste parole molti di voi diranno che è difficile. Qualcuno penserà subito all’aspetto economico, altri alla lontananza, altri ancora proveranno paura e vorranno cacciare questo pensiero.

Non vi preoccupate, è normale.

Io ero esattamente come voi quando mia figlia, dopo il primo anno di università, mi ha detto di voler partire per un anno all’estero.

Non potevo e non volevo accettarlo. Per me che sono vedovo, oltretutto, era quasi inconcepibile l’idea che la mia unica figlia se ne andasse.

Mi sono sentito abbandonato, ho pensato che avrei perso ogni punto di riferimento nella mia esistenza. Non potevo crederci e mi sono immediatamente opposto: le ho detto di no, che non appoggiavo la sua scelta e non volevo che se ne andasse.

Lei non ha fatto una piega, ha accettato e mi ha detto che non sarebbe partita, che non c’era nessun problema.

A quel punto, ho capito. Non lo dimenticherò quel momento, perché ho capito che viaggiare non è una questione personale. Non è una fuga ma è semplicemente una parte fondamentale di un percorso di crescita.

E ora lo posso dire con certezza, con il famoso senno di poi: un giovane che non viaggia, non cresce!

Quella stessa sera non sono riuscito a dormire, nonostante avessi la certezza che mia figlia sarebbe rimasta a casa con me. Non dormivo perché pensavo alle opportunità che le stavo negando.

Proprio io che raccontavo con orgoglio di quella volta in cui da ragazzo partii per Londra per cercare fortuna, tornando a casa qualche tempo dopo con pochi soldi ma più forte e pieno di belle cose dentro di me.

Proprio io che provavo un senso di fortissimo disagio quando vedevo, sul lavoro, ventenni che portavano il curriculum, carichi di speranze che sarebbero state inevitabilmente infrante. Mi chiedevo quale futuro potessero avere mia figlia e i suoi coetanei, sperando che almeno loro ne vedessero uno perché io non lo vedevo.

Quella stessa notte ho capito che non potevo fermarla.

Non potevo farle un torto del genere, non potevo mettere la mia persona a intralciare il suo percorso di vita. Voleva provare un’esperienza di un anno in Australia, e chi ero io per impedirglielo? Quale diritto avevo per infrangere sul nascere il suo sogno?

Viaggiare è costoso, è vero. Ma cari genitori, vi assicuro che non c’è nessuna formazione migliore per i vostri figli. I soldi che spendete per farli viaggiare sono i migliori soldi che spenderete nella vostra vita.

Lasciare andare un figlio è doloroso, è vero.

La distanza vi logorerà, vi farà stare male. Ma con il tempo capirete che non lo avete abbandonato, e soprattutto che lui o lei non ha abbandonato voi.

Forse ve ne renderete conto solo alla fine, quando lo vedrete tornare: avete lasciato partire un ragazzino e vi troverete davanti un adulto, che nella maggior parte dei casi sarà più felice di prima.

Non esiste una soddisfazione più grande di questa per un genitore. Non c’è niente di meglio, specialmente se hai deciso di essere parte di questa crescita e non di ostacolarla.

Vi chiederete come faccio a sapere tutto questo.

In quella famosa prima notte non ho chiuso occhio ma ho preso una grande decisione: avrei pagato il biglietto aereo per l’Australia a mia figlia.

Quando gliel’ho detto era incredula, ma aveva capito tutto ciò che avevo attraversato. Mi ha detto “ti voglio bene, papà” e in quelle parole c’è tutto quello che un genitore può desiderare.

È partita poche settimane dopo.

Non mi importava nulla che saltasse un anno di università, ciò che volevo era che vivesse un’esperienza che non avrebbe mai più dimenticato.

Le ho pagato il volo, ma le ho fatto capire che poi se la sarebbe dovuta cavare da sola una volta arrivata laggiù.

Fa male dire una cosa del genere alla propria figlia che si troverà da sola dall’altra parte del mondo, ma i sentimenti non dovrebbero mai ostacolarci nella strada verso i nostri obiettivi.

Mia figlia è stata in Australia per un anno intero.

Il primo periodo è stato difficile, passavo le giornate a chiedermi cosa facesse e se stesse bene. Non è stato semplice stare da solo, ma lo rifarei mille volte. Non cambierei una virgola, le direi di andare, divertirsi, conoscere il mondo e crescere.

Viviamo in un’epoca in cui tutto questo si può fare davvero, con qualche piccolo sacrificio.

Mia figlia ha lavorato in tre città diverse. Ha raccolto ortaggi nelle zone più remote del paese, ha servito ai tavoli di un ristorante e ha lavorato in una biblioteca.

Ha imparato l’inglese, ha imparato a conoscere il mondo del lavoro e il valore dei soldi.

Ma soprattutto ha imparato ad essere indipendente, ad avere una mentalità più aperta e a rispettare il prossimo senza guardare il colore della sua pelle, il suo accento, la sua professione o la sua educazione.

Mia figlia è diventata così grande in Australia, da farmi sentire quasi inadeguato come genitore.

Il viaggio le ha insegnato molto più di quanto avrei mai potuto fare io, perché un papà è necessario quando si è bambini, ma quando si ha vent’anni niente ti insegna meglio dell’esperienza diretta.

E viaggiare è l’esperienza più intensa, la più importante.

Questa lezione non l’ha imparata solo lei, l’ho imparata anche io. Con il passare del tempo, la sofferenza per la mancanza si è trasformata in entusiasmo: non volevo sentirla solo per sapere che era viva e stava bene, ma per conoscere il suo percorso.

Fremevo dalla voglia di scoprire i suoi piccoli successi: il primo colloquio in inglese, il primo lavoro in regola della sua vita, il primo stipendio, la prima serata fuori con amici australiani, la sua prima automobile.

In altre parole, il suo primo vero viaggio in solitaria.

E questo entusiasmo mi ha contagiato al punto di far crescere dentro di me un’idea folle e meravigliosa: perché non prendermi tre settimane di ferie e raggiungerla?

Gliel’ho proposto quasi timidamente, pensando che mi avrebbe detto in imbarazzo che era una pessima idea. E invece era felicissima, mi ha risposto di andare il prima possibile.

Così, caricato dalle sue parole di incoraggiamento, sono partito davvero.

Un giorno di settembre, a 56 anni, mi sono imbarcato da Malpensa in direzione Australia. Non ero mai stato così lontano da casa, non prendevo un aereo da dieci anni e non parlavo in inglese da venti.

Ero spaventato e insicuro di fronte a questo mondo che va avanti così veloce, ma avevo dentro di me un’energia nuova, che mi aveva trasmesso mia figlia: quella di viaggiare e scoprire.

Mia figlia mi ha accolto all’aeroporto di Sydney e non ce l’abbiamo fatta: siamo scoppiati a piangere.

Mi ha detto grazie, mi ha detto che suo padre era proprio “cool“. Poi siamo partiti per un giro dell’Australia di due settimane, io e lei su un camper.

Abbiamo visto i deserti, i laghi viola e i canguri. Abbiamo dormito sotto le stelle così come per vent’anni avevamo dormito sotto lo stesso tetto.

È stato bellissimo e indimenticabile. Quando penso che tutto questo non sarebbe successo se non le avessi permesso di partire, mi viene da urlare una cosa a gran voce: genitori, fate viaggiare i vostri figli!

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