La lettera di Charlie Chaplin alla figlia: una grande lezione di amore e umiltà

Se Charlie Chaplin è diventato uno degli attori più famosi di sempre è soprattutto grazie ai suoi film comici. Con le sue interpretazioni senza tempo, Chaplin è riuscito a far ridere intere generazioni di spettatori, creando un raro legame di affetto tra sé e il suo pubblico.

Ma come spesso accade, non sempre la caratteristica per cui si è più noti si rivela anche la più significativa. Come scrivo nel mio libro “Le coordinate della felicità“, siamo molto più delle etichette che gli altri ci attribuiscono.

Allo stesso modo, Charlie Chaplin era molto più di un attore comico: era un uomo di grande sensibilità e intelligenza, che anche nei suoi film più divertenti riusciva a lanciare messaggi volti ad accendere la consapevolezza nello spettatore, a porsi delle domande scomode (basti pensare al discorso finale ne “Il grande dittatore”).

Ma soprattutto, era un uomo che prima del successo aveva sperimentato molto dolore: il padre era un alcolizzato, la madre aveva problemi di depressione e denutrizione e sia lui sia il fratello furono costretti fin da piccoli a lavorare come artisti di strada per mantenersi.

La grande umanità di Charlie Chaplin

Prima di diventare Charlot, dunque, Charlie Chaplin visse anni tremendi, fatti di incertezza, paura e degrado. Anche per questo, guardando i suoi film, ho sempre pensato che gli fosse stata rubata l’infanzia e avesse deciso di viverla da adulto divenendo un attore comico.

La lettera di Charlie Chaplin alla figlia Geraldine (la quale, all’epoca, viveva con l’ex moglie a Parigi) nella quale si trova tutta l’essenza di questo straordinario essere umano. Si nota quella sensibilità verso il prossimo che solo chi ha vissuto il dolore della povertà più assoluta può avere.

Charlie Chaplin ammette anche di aver pianto più di quanto le persone lo abbiano visto ridere e dà un consiglio pieno di amore alla figlia, che all’epoca faceva la modella e la ballerina: “[…] il tuo nudo corpo deve appartenere a chi amerà la tua nuda anima”.

Poche parole piene di lezioni di vita e una sconfinata umanità. La lettera di Charlie Chaplin alla figlia mostra chi era davvero l’attore amato da milioni di persone.

La lettera di Charlie Chaplin alla figlia

Bambina mia!

 

È notte ora. È la notte di Natale.

Tutti i guerrieri della mia piccola fortezza si sono addormentati. Dormono tuo fratello e tua sorella. Ormai dorme anche tua madre. Ho rischiato di svegliare i pulcini dormienti, mentre mi facevo strada verso questa stanza un po’ illuminata.

 

Come sei lontana da me! Ma possa io diventare cieco se la tua immagine non mi è costantemente di fronte agli occhi. La tua immagine è qui, sul tavolo ed è anche qui, vicino al mio cuore. E dove sei tu?

Là, nella favolosa Parigi, danzi sul grandioso palco del teatro sugli Champs-Élysées.

[…]

Sii bellissima e danza! Sii una stella e splendi! Ma se l’ammirazione e la gratitudine del pubblico dovessero ubriacarti, se l’aroma dei fiori che ti porgono dovesse darti le vertigini, siediti in un angolino e leggi la mia lettera, ascolta la voce del tuo cuore!

 

Io sono tuo padre, Geraldine! Sono Charlie, Charlie Chaplin!

 

Sai quante notti sono stato seduto a fianco del tuo lettino, quando eri ancora una bimba, raccontandoti favole sulla bella addormentata, sul drago che non dorme mai? Molte favole ti ho narrato in quelle lontane notti ma mai ho potuto narrarti la mia. Eppure anche quella è interessante.

 

È la favola di un buffone affamato, che danzava e cantava nei quartieri poveri di Londra, per poi raccogliere la carità. Ho conosciuto la fame, ho sperimentato cosa volesse dire non avere un tetto sopra la testa. Ma ancora più importante, ho patito la terribile pena di essere un buffone vagabondo con in petto un oceano di orgoglio, un orgoglio che veniva profondamente ferito dalle monetine gettatemi.

 

Eppure sono vivo, dunque non diamoci ulteriore importanza. Meglio parlare di te. Dopo il tuo nome c’è il mio cognome: Chaplin. Con questo cognome, per più di quarant’anni ho fatto ridere la gente di questo mondo. Ma io ho pianto ben di più di quanto loro abbiano riso.

 

Geraldine, nel mondo che tu abiti, non vi sono solo danze e musica! Ogni tanto prendi la metro o l’autobus, fatti un giro a piedi e osserva la città. Presta attenzione alle persone! Guarda le vedove e gli orfani! Ed almeno una volta al giorno, ripeti a te stessa: “Io sono come loro“.

 

Sì, sei una di loro, bambina mia! E c’è di più: l’arte, prima di dare all’uomo le ali, per potersi innalzare, solitamente gli spezza le gambe. E se mai giungerà il giorno in cui ti sentirai superiore al tuo pubblico, lascia subito il palcoscenico. Prendi il primo taxi e fatti portare alla periferia di Parigi. Io la conosco bene!

 

Lì incontrerai molte danzatrici come te, anche più belle, aggraziate ed orgogliose. Le abbaglianti luci del tuo teatro non saranno nemmeno un ricordo in quei luoghi. Il loro riflettore è la luna. Osserva con attenzione, osservale! Non danzano meglio di te? Ammettilo, bambina mia! Ci sarà sempre chi danza meglio di te e chi recita meglio di te.

 

E ricorda: nella famiglia di Charlie non c’è mai stato nessuno tanto maleducato da offendere un cocchiere o irridere i poveri seduti sulle rive della Senna. 

 

Io morirò, ma tu continuerai a vivere. Vorrei che tu non conoscessi mai la povertà. Insieme a questa lettera, ti inverò un libretto degli assegni, di modo che tu possa spendere quanto desideri. Ma ogni volta che spendi due franchi, ricorda a te stessa che la terza moneta non è per te. Deve appartenere allo sconosciuto che ne ha bisogno.

 

Non avrai difficoltà a trovarlo. Bisogna solo avere il desiderio di vedere questi poveri sconosciuti e ne incontrerai ovunque. Parlo con te di denaro, avendo conosciuto il suo diabolico potere. Ho passato non poco tempo al circo. Mi sono sempre preoccupato tanto per i funamboli. Ma devo dirti che le persone cadono ben più spesso sulla nuda terra, di quanto non facciano i funamboli dalla fune malferma.

 

Forse, durante una delle serate di gala, sarai accecata dal luccichio di un qualche diamante. Da quel preciso istante, diventerà per te una pericolosa fune e non potrai più evitare di cadere. Non vendere il tuo cuore per l’oro e i gioielli.

 

Sappi che il diamante più grande è il sole. Esso, per fortuna, splende per tutti.

 

E quando giungerà per te il tempo di amare, ama quella persona con tutta te stessa. Il tuo lavoro è difficile, lo so. Il tuo corpo è coperto solo da un drappo di seta. Per amore dell’arte si può uscire in scena anche nudi ma è necessario rientrare tra le quinte non solo vestiti ma anche più puliti.

 

Io sono vecchio e, forse, queste mie parole ti sembrano buffe. Eppure, secondo me, il tuo nudo corpo deve appartenere a chi amerà la tua nuda anima. Voglio che tu sia l’ultima tra le persone che diventeranno sudditi dell’isola dei nudi.

 

So che i padri ed i figli combattono un’eterna lotta. Combatti con me, con il mio pensiero, bambina mia. Non mi piacciono i figli sottomessi. E finché ancora dai miei occhi non sono sgorgate lacrime su questa lettera, voglio credere che questa notte di Natale sia una notte di miracoli. Vorrei che accadesse una meraviglia e che tu comprendessi davvero cosa ho voluto dirti.

 

Charlie è già invecchiato, Geraldine. Prima o poi, al posto del candido abito da scena, dovrai vestire a lutto, per venire alla mia tomba. Non voglio ora intristirti. Solo, ogni tanto, guardati allo specchio; vi troverai i miei lineamenti. Nelle tue vene è il mio sangue. Anche quando il sangue delle mie vene sarà freddo, voglio che tu non dimentichi tuo padre Charlie.

 

Non sono stato un angelo ma mi sono sempre impegnato ad essere un uomo.

Impegnati anche tu.

 

Ti bacio, Geraldine.

Tuo, Charlie.

Dicembre 1965.

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