Perché tutti dovrebbero conoscere la storia di Chico Mendes

Potrebbe capitarti, mentre stai cercando la tua frutta secca preferita al supermercato, di ritrovarti tra le mani un sacchetto di noci brasiliane con impressa sopra la faccia di un uomo con folti baffi.

Sotto al volto sorridente e rassicurante di quest’uomo, troverai scritto “Chico Mendes Vive!“, proprio vicino al simbolo del commercio equo e solidale.

A commercializzare questi prodotti è una cooperativa italiana fondata nel 1990 da un gruppo di studenti di Milano che da un lato volevano aiutare le popolazioni indigene dell’Amazzonia a mantenere viva la produzione locale senza essere schiacciate dalle multinazionali, e dall’altro volevano che Chico Mendes, a due anni dalla morte, non venisse dimenticato.

Considerando che oggi la Cooperativa Chico Mendes è la più grande d’Italia, possiamo dire con certezza che sono riusciti a raggiungere entrambi gli obiettivi.

Ma chi era Chico Mendes? E soprattutto, perché la sua storia merita di essere condivisa in questi tempi in cui si parla tanto della foresta amazzonica e della necessità di preservarla?

Se ti interessa conoscere le risposte a queste due domande, ti invito a continuare a leggere.

Chico Mendes, l’uomo che diede la vita per salvare la foresta amazzonica

Le origini da raccoglitore di caucciù

Francesco Alves “Chico” Mendes Filho nacque nel 1944 a Xapuri, comune dello Stato di Acre in Brasile coperto quasi interamente dalla foresta amazzonica. Chico, come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei, era figlio di raccoglitori di caucciù, mestiere che svolse  per quasi vent’anni.

Ciò che lo spinse verso la politica fu la consapevolezza del disboscamento che stava avvenendo molto rapidamente nella sua amata foresta amazzonica.

Gli alberi erano sempre meno e le multinazionali spuntavano come funghi. Disboscavano per costruire fabbriche oppure si limitavano a prendere il controllo dei terreni coltivati della popolazione locale, investendo cifre irrisorie per sottrarglieli e schiavizzarli per il resto della loro vita.

Chico non voleva che le sue terre fossero stuprate in quel modo, che il Polmone Verde del nostro pianeta venisse raso al suolo, così nel 1975 si candidò e venne eletto Segretario generale del Sindacato dei lavoratori di Brasilia.

La rivoluzione pacifica

Con quella carica iniziò la lunga e aspra battaglia nei confronti di chi aveva sottratto le terre alle popolazioni locali (spesso indigene).

Chico sapeva che quella guerra l’avrebbe vinta solo se non avesse risposto con la stessa arma al nemico e così iniziò ad organizzare proteste pacifiche che avevano nello stallo (“empate” in portoghese) lo strumento più efficace: i lavoratori, semplicemente, smettevano di lavorare ma restavano a presidiare i terreni.

Andò a toccare i potenti laddove più sono sensibili: i soldi. Con le sue manifestazioni pacifiche, interrompeva i ritmi di produzione industriali e azzerava il profitto giornaliero.

Chico_Mendes_with_Sandino_Mendes

Con il figlio Sandino

Le minacce dei poteri forti

Fin dall’inizio della sua opposizione Chico Mendes ricevette pesantissime minacce, tutte poi messe in pratica.

In un primo momento i proprietari terrieri (dietro ai quali spesso si nascondevano multinazionali che dovevano operare sotto mentite spoglie visti i gravissimi danni di natura ecologica e sociale che stavano procurando) gli fecero intendere che con i loro agganci ai piani alti del governo brasiliano non ci avrebbero messo molto a farlo incarcerare.

Chico non si scompose e proseguì con le sue empates insieme a migliaia di altri lavoratori, tutti fianco a fianco.

Le autorità corrotte dello stato di Acre attuarono le contromisure con arresti di massa, spesso giustificati con motivazioni incredibili. Famosa, in questo senso, l’incarcerazione di Mendes avvenuta con l’accusa di aver ucciso Wilson Pinheiro, un altro sindacalista che come Chico stava combattendo i poteri forti per preservare la foresta amazzonica e gli interessi della popolazione locale.

Lo arrestarono e lo torturarono per estorcergli una dichiarazione di colpevolezza, ma Chico non cedette e resistette fino al processo, quando il giudice stabilì che doveva essere immediatamente liberato.

Dal Brasile al mondo intero contro lo sfruttamento della globalizzazione

Questo episodio attirò una forte attenzione mediatica internazionale sulla lotta di Chico Mendes, ma anche ulteriori minacce, questa volta di morte.

Il sindacalista di Xapuri non si spaventò e continuò a combattere, accogliendo nell’ormai pericolosissimo stato di Acré una delegazione delle Nazioni Unite, invitata a vedere di persona cosa stavano facendo le multinazionali finanziate con i dollari americani.

Solo a quel punto il mondo si rese conto di ciò che stava avvenendo in Brasile: disoccupazione forzata dei lavoratori locali, maltrattamenti e sterminio delle popolazioni indigene, omicidi e sparizioni di esponenti politici e soprattutto un disboscamento inarrestabile della foresta amazzonica.

Quest’ultimo fu un danno ecologico incalcolabile, tanto alla flora quanto alla fauna del cosiddetto Polmone del mondo.

Inizialmente pensavo di lottare per salvare gli alberi di caucciù, poi pensavo di lottare per salvare la foresta amazzonica. Ora realizzo che sto lottando per l’intera umanità

 

Chico Mendes

La delegazione dell’ONU rientrò negli Stati Uniti sconvolta, e portò con sé lo stesso Chico Mendes. Da semplice raccoglitore di caucciù divenne un simbolo di resistenza e lotta per salvare il Pianeta.

Chico parlò di fronte al Senato americano in quanto rappresentante di tutto il dolore e la sofferenza del popolo di Acre, oppresso e sterminato insieme alla foresta amazzonica.

Parlò di come le banche statunitensi finanziassero quelle stesse aziende che stavano distruggendo le sue terre. Era il 1987 e quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.

La grande vittoria di Chico Mendes

Rientrato in Brasile, Mendes finì immediatamente nel mirino di decine di proprietari terrieri. Si trattava di suoi connazionali che in realtà non erano altro che prestanome o collaboratori delle multinazionali straniere.

Il loro compito era quello di mantenere l’ordine e permettere ai padroni di fare soldi disboscando la foresta amazzonica e sfruttando le terre degli indigeni.

A questo punto, però, Chico Mendes era finalmente riuscito a dare notorietà internazionale alla sua causa, una circostanza che gli permise di avere una scorta personale e l’appoggio di un numero sempre più grande di politici, brasiliani e non.

Con questo supporto, nel 1988 riuscì a creare una riserva estrattiva di caucciù destinata esclusivamente agli indigeni cacciati dalle loro terre. La riserva fu espropriata alla potente famiglia latifondista Alves Da Silva, vicina alle sfere politiche più corrotte e pericolose del paese.

Fu la più grande vittoria di Chico Mendes, ma anche la sua condanna a morte.

La morte di Chico Mendes

Le minacce di morte si intensificarono ma Chico non si fermò, perché vedeva vicino l’obbiettivo di tutta la sua vita: restituire la foresta amazzonica alle popolazioni locali e preservarla dal disboscamento.

Il sindacalista si presentò alla centrale di polizia di Xapuri con una lunga lista di persone che lo volevano morto. Tra i vari nomi c’era anche quello di colui che lo avrebbe ucciso.

Chico Mendes incide un albero di gomma pochi giorni prima della morte

Chico Mendes incide un albero di gomma pochi giorni prima della morte

Il 22 dicembre del 1988 Chico si recò presso l’abitazione coloniale dei fratelli Alves Da Silva, a cui aveva appena espropriato il terreno per creare la riserva destinata agli indigeni.

I fratelli gli avevano chiesto un appuntamento per discutere della questione e lui aveva accettato.

Era accompagnato dalla scorta personale, ma questo non bastò: quando Mendes si avviò verso gli scalini, un sicario spuntò fuori da un cespuglio e gli sparò due volte.

Era Darci, il figlio di Darly Alves da Silva. Chico si accasciò al suolo e morì dopo qualche minuto di sofferenza.

Appena una settimana prima aveva festeggiato il suo compleanno annunciando profeticamente a tutti che non sarebbe sopravvissuto fino a Natale. Aveva 44 anni.

“Chico Mendes Vive!”

La sua morte fece esultare i proprietari terrieri dello stato di Acré ma ebbe un effetto boomerang su di loro. Chico Mendes era infatti diventato un simbolo della lotta alla deforestazione e la sua morte ebbe un enorme risalto mediatico a livello internazionale.

Nacquero svariate associazioni per portare avanti la sua lotta e molte multinazionali furono costrette a ritirarsi dalla zona per evitare di rimanere coinvolte in uno scandalo che stava diventando di proporzioni inaspettate.

Se oggi la foresta amazzonica non è ancora stata completamente rasa al suolo, va dato un grande merito a Chico Mendes, che dedicò tutta la sua esistenza alla sua salvaguardia.

Per questo motivo, ancora oggi troviamo scritto “Chico Mendes Vive!” su molti prodotti ecosostenibili: Chico vive ogni volta che un contadino o un produttore locale riesce a guadagnarsi da vivere senza essere sfruttato o minacciato di morte. Chico vive ogni volta che viene raccolto un prodotto della foresta amazzonica senza disboscamenti e devastazione.

Un grande esempio di cui ovviamente si parla pochissimo. Se ognuno di noi prendesse spunto dalla forza e dall’amore per la Natura di quest’uomo, potremmo salvare la Terra nel giro di pochi anni. Segui il suo esempio: se vedi qualcosa di profondamente sbagliato, non girare la testa, ma agisci. Lotta, nel tuo piccolo, per ciò che conta.

Ora più che mai, il mondo ha bisogno di persone come Chico Mendes.

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