Claudio Pellizzeni racconta il suo viaggio di 1000 giorni: “Se hai un sogno, devi realizzarlo!”

A vederlo, Claudio Pellizzeni non sembra per niente un impiegato di banca. Eppure meno di quattro anni fa era proprio uno dei tanti dipendenti che passano le giornate in grigie metropoli, dentro le quattro mura di un ufficio. Poi, un giorno, l’illuminazione: perché non licenziarsi e partire per un giro del mondo? Claudio lo ha fatto, ma nel suo caso questa decisione, già parecchio difficile, era ancora più tosta a causa del diabete.

Nonostante questa patologia, l’insicurezza per il futuro e una cifra da parte che sembrava troppo piccola per finanziare l’intero percorso, è partito per un viaggio che si è concluso dopo 1000 giorni. Ha visitato la Nuova Zelanda, l’Australia, gran parte del Sud-Est Asiatico, la Cina, l’India, ha attraversato l’Europa, il Canada, gli Stati Uniti, il Messico e si è goduto le meraviglie del Sud America. Poi ha concluso il suo giro passando dall’Africa. Lo abbiamo intervistato a una settimana dal suo ritorno a casa.

Poco prima della partenza

Sul nostro portale abbiamo raccontato molte storie di persone che a un certo punto si sono fermate per ragionare e in un momento di lucidità hanno compreso che non stavano vivendo l’esistenza che volevano. A quel punto, con o senza un piano preciso, sono partite per un lungo viaggio. Ti rivedi in questa descrizione?

Sì, in realtà era già da qualche anno che pensavo a soluzioni alternative. Lavoravo in banca, non ero felice, mi sentivo in gabbia, ma non essendo scemo sapevo che la situazione italiana non era delle più rosee. Così ho sempre cercato soluzioni alternative, ma il problema è che in questo modo fai male il lavoro per cui sei pagato e fai male anche il progetto alternativo perché non riesci a dedicarci il tempo, la passione e le energie necessarie.

Allora continuavo a interrogarmi su tante cose finché ho capito che la risposta univoca a tutto ciò era il viaggio. Un giorno, era il 27 ottobre 2013, stavo tornando da Milano a Piacenza in treno (all’epoca ero un pendolare). Pioveva molto, ma a un certo punto dalle nuvole nere è spuntato il sole. Io ero su quel treno regionale molto malinconico e quando ho visto questo sole, questo bellissimo tramonto rosso, mi si è scatenato un pensiero: io ho bisogno di questo, ho bisogno di qualcosa di vero, ho bisogno di natura. Mi sono fiondato a casa, mi sono messo di fronte allo specchio e mi sono fatto una serie di domande.

Credo che la più significativa fosse: come posso mantenermi economicamente in un viaggio in giro per il mondo? Perché all’epoca io ero come tutti quelli che oggi mi chiedono continuamente quanti soldi ci vogliono per fare ciò che ho fatto. All’epoca pensai: se vincessi 100 milioni alla lotteria domani, cosa farei? La risposta fu immediata: viaggerei tutta la vita. Allora mi sono chiesto: come viaggerei? Non andrei per hotel a 5 stelle, mi muoverei con il couchsurfing. Viaggerei lentamente. Forse l’unica cosa che farei di diverso è mangiare in ristoranti di un certo livello.

Così è arrivata l’ultima domanda: ho davvero bisogno di 100 milioni per viaggiare? La risposta è stata no. Ho fatto il calcolo del denaro che avevo, considerando l’auto che avrei venduto e la liquidazione. Ho realizzato che avrei pagato il mutuo di casa affittando l’appartamento. Alla fine mi restavano 12.000 euro circa, dopo aver acquistato l’attrezzatura tecnica. Ricordo di aver pensato che non sarebbero bastati, ma che qualche opportunità sarebbe pur sempre spuntata fuori. E così mi sono licenziato.

Ci sono stati momenti difficili nel tuo viaggio di 1000 giorni?

Ovviamente ci sono stati momenti difficili. Il viaggio, quando non è semplice vacanza, è un’onda che monta e che prima o poi si infrange sempre. In un viaggio come il mio, quando hai un momento positivo ti senti in cima all’Everest; quando hai un momento negativo sei sul fondo della Fossa delle Marianne, e sei fottutamente solo. Perché anche se hai altri viaggiatori con cui confrontarti, spesso sei solo. Io ormai parlo molto bene sia l’inglese che lo spagnolo e abbastanza bene il portoghese, però delle lingue ti manca sempre la parte legata all’esperienza. Hai solo la parte didattica, ma descrivere le tue sensazioni, le emozioni, le sfumature, è difficilissimo. Quindi, sì, capita di sentirsi soli e giù di morale. Magari vorresti parlare con un amico in Italia, ma in Italia è notte fonda. Oppure, molto semplicemente, sei in mezzo alla foresta e non hai alcuna possibilità di comunicare.

Come si esce da questi momenti?

In quei momenti lì puoi aggrapparti solo a te stesso. Io ho avuto la fortuna di trovare la mia forza anche nel blog: per molte persone, soprattutto per i diabetici, ero una fonte di speranza. Ma ci sono stati dei momenti in cui ho pensato davvero di mandare tutto all’aria e tornare a casa. I Natali lontani, i miei amici che si sposavano e facevano figli… e io ero lontano a inseguire un sogno in maniera totalmente egoistica. Tutto questo ha pesato notevolmente in certi momenti.

Ma alla fine, se hai un sogno devi provarci. Io so di essere stato un privilegiato, ma credo che chiunque debba avere un momento nella vita in cui fa chiarezza e si chiede: qual è il sogno? O per citare Coelho, qual è la mia leggenda personale? A quel punto si deve cercare in tutti modi di ottenere ciò che si vuole. Non dev’essere per forza un viaggio di 1000 giorni, potrebbe essere anche costruire una sedia. Ci sono tante sfumature e sfaccettature in un sogno, l’importante è non mollare mai. E io non ho mollato, perché sapevo che avevo davvero bisogno di completare questo viaggio.

Qual è il tuo sogno oggi, dopo aver realizzato quello del viaggio?

Il mio sogno adesso è costruirmi una famiglia. È cambiato, si è evoluto. Volevo fare il giro del mondo e ce l’ho fatta, in qualche modo il mio sogno si è esaurito. Ovviamente non smetterò di viaggiare, perché fa parte della mia vita, è ciò che mi fa sentire vivo. Ma non voglio più stare in giro per 1000 giorni. Ora il mio sogno è quello, fare una famiglia. Ho realizzato me stesso e ora vorrei realizzarmi con altre persone.

È molto raro sentire una persona definirsi realizzata al giorno d’oggi…

Per me è così, assolutamente. È una bella fortuna la mia. Questo viaggio mi è costato tanto, ma alla fine ce l’ho fatta e ora non voglio fare altro che godermi ciò che ho ottenuto. È davvero una bellissima sensazione.

A proposito, qual è stato il momento più bello del tuo viaggio?

Per assurdo è stato sul treno di ritorno da Milano a Piacenza, lo scorso sabato. In quel momento mi sono reso conto di aver realizzato qualcosa di grosso. Il mio viaggio è stato difficile soprattutto a livello mentale, più che fisico. Ripercorrere quei chilometri, l’ultimo tratto verso casa… mi ha dato tantissimo.

Come ci si sente a rientrare a casa dopo 1000 giorni on the road?

Il rientro a casa è stato al di là di ogni immaginazione. Bellissimo, ma sono ancora nella “fase lavatrice”: è tutto ancora un turbinio di emozioni. E non c’è ancora il minimo spazio per la malinconia. C’è solo la bellezza di guardarsi indietro e vedere i passi compiuti. E poi quella di guardare avanti.

C’è un posto in particolare in cui hai lasciato il cuore?

In tanti posti ho lasciato il cuore. In Asia ci sono stato a lungo ma l’avevo già vista e mi sono reso conto che non mi aveva dato ciò che cercavo. Il Nord America mi aveva deluso in termini di rapporto con le persone, non riuscivo a trovare quell’empatia che c’era in Asia. Il Sud America mi ha folgorato, soprattutto la natura a sud della Patagonia e le persone, che ho trovato vere, genuine, con l’anima viva. Non come qua in Europa che sono tutti un po’ tristi e stressati. Mi sono trovato molto bene con i sudamericani, ma poi tutto il continente è un posto semplicemente meraviglioso.

In linea con il nome del nostro sito, non posso che chiederti: qual è il piatto più buono che hai assaggiato in giro per il mondo?

La zuppa Tom Yum in Thailandia. Fantastica.

La tua storia ha fatto molto scalpore perché hai il diabete. Cosa diresti a un diabetico che vorrebbe viaggiare ma è frenato da mille paure?

Convivo con questa patologia da quando avevo 9 anni, quindi c’è da dire che farmi le dosi di insulina è sempre stato come allacciarmi le scarpe. Non lo considero un limite, ma è un problema. Ce l’ho, e come tutte le difficoltà della vita, l’ho analizzato, l’ho affrontato al meglio e ho cercato le soluzioni per superarlo. È chiaro che si tratta di una patologia molto molto molto personale in termini di conseguenze sul corpo e valutazioni, quindi non si può parlare a nome di tutti. Ogni diabetico deve parlarne con il proprio medico e studiare al meglio la situazione, ma posso dire che nulla è precluso. Io conosco un ragazzo, Alessandro Bordini, che fa il giro del mondo ed è cieco. Di fronte alla cecità che cos’è il diabete? Una sciocchezza… E posso dire che gestire il diabete non è stato più difficile in viaggio rispetto a quando ero a casa. A casa prendi certe cose con troppa sufficienza, ma quando viaggi da solo non puoi, quindi sei molto attento.

In questi giorni è uscito il tuo primo libro “L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là“. Raccontaci di cosa tratta.

Non ho voluto fare un reportage. Quando mi sono trovato di fronte alla pagina bianca ho ripensato a quando volevo aprire un blog. Volevo un blog che avrei visitato letto di gusto personalmente, quindi con brevi video informativi e la parte scritta un po’ più emozionale. Con il libro è uguale: mi interessava concentrarmi su ciò che unisce gli episodi, scoprire qual è il filo conduttore tra certe storie. Mi sono guardato indietro e ho trovato proprio questo. Io non ho raccontato tutto il viaggio, il racconto non ha una struttura temporale continua. Ci sono dei flashback nel mio passato pre-viaggio. Ho cercato di raccontare la storia di una persona che si è messa in discussione e poi si è messa a camminare per trovare se stessa.

A che conclusione sei arrivato scrivendo il libro e completando il viaggio?

Che non devi sempre cercare le risposte, ma le domande. La vita quotidiana ti dà risposte continuamente, basta saperla osservare. La chiave è imparare a porti le domande giuste.