Da Torino a Kathmandu, Matt ripercorre il viaggio del padre nel 1963

Viaggiare genera ricordi indimenticabili che affiorano innumerevoli volte negli anni successivi. Così succede a ogni viaggiatore: talvolta, senza alcun motivo logico, ci si ferma a pensare a un vecchio viaggio, rivivendo le emozioni dell’epoca e la bellezza dei luoghi visitati e delle persone incontrate.

Proprio perché è un’esperienza così forte, molti sentono il desiderio di rendere immortale un viaggio. C’è chi lo fa scrivendo, chi scattando fotografie e chi, semplicemente, raccontandolo agli altri.

Matt è un ragazzo cresciuto con i racconti dell’avventura straordinaria che il padre compì nel lontano 1963, quando partì da Torino con una Lambretta e raggiunse, in solitaria, Kathmandu. Era un fotografo professionista che parlava poco dei suoi viaggi, lasciando che fossero i suoi scatti a raccontare tutto. Per questo motivo Matt non ha mai sentito dalla sua viva voce come andò quel tragitto lungo 8.500 km in moto, e quando il padre si ammalò di Alzheimer, dimenticando tutto, iniziò a pensare che sarebbe stato emozionante, forse persino doveroso, ripercorrere le sue orme.

Quando il padre è venuto a mancare, Matt ha deciso di partire per lo stesso viaggio: da Torino a Kathmandu, concentrandosi soprattutto sulla parte finale. Quella più intensa, in India e sulla catena himalayana.

Come nasce l’idea di questo viaggio?

L’idea principale era quella di rifare il viaggio da Torino a Kathmandu in moto cercando di ripercorrere la stessa strada che mio padre percorse nel 1963 e, dove possibile, passare per le stesse tappe e paesi. È ironico che al giorno d’oggi sia molto più complicato fare un viaggio di questo tipo: alcuni dei paesi che si dovrebbero oltrepassare sono diventati estremamente pericolosi per le varie guerre e i governi instabili. Ottenere i visti e i documenti necessari è di per sé una missione.

Per questo motivo, io e i fratelli Riccardo (regista) e Alice (fotografa) Bianco, che stanno girando il documentario su questa storia per la Ground Vista Pictures, abbiamo deciso di fare solo la parte finale del viaggio, ovvero l’India e l’Himalaya. Questi luoghi simboleggiano l’ascesa finale e il riavvicinamento con mio padre dopo la morte.

Ho deciso di andarlo a trovare lì, in quelle terre a lui care, e offrirgli il mio tributo in questo modo.

Quali paesi attraversò tuo padre nel viaggio del 1963?

Partendo dall’Italia, passò per la Slovenia, la Croazia e la Serbia, che all’epoca facevano parte della Yugoslavia, poi Bulgaria, Turchia, Siria, Iraq, Iran, Pakistan, India e Nepal. Complessivamente percorse circa 8.500 km, che per ovvi motivi non ho potuto ripercorrere interamente. Nazioni come la Siria e l’Iraq erano attraversate ogni anno da migliaia di viaggiatori, oggi anche solo ottenere un visto è un’impresa.

Che rapporto avevi con tuo padre?

Il rapporto con mio padre è sempre stato molto distaccato, quasi inesistente. La maggior parte delle volte era in viaggio per servizi fotografici in qualche sperduto angolo del mondo e quando lo vedevo a casa da bambino/ragazzo ho un suo ricordo parecchio sfumato. Non si pronunciava molto nel racconto delle sue storie con me.

Quello che sapevo di lui l’ho trovato negli articoli di giornale, nelle parole dei suoi amici e famigliari.

Purtroppo, quando decisi di voler sapere di più sulla sua vita mi resi conto che era troppo tardi: si era ammalato di Alzheimer e la sua memoria peggiorò sempre di più negli anni, fino al punto di non ricordarsi più di niente. Né del viaggio, né di sua moglie, di me o di mia sorella.

Per scoprire chi fosse veramente mio padre e colmare questo vuoto lasciato per anni, decisi che sarebbe stato opportuno iniziare a raccogliere informazioni, fotografie e interviste sul suo conto.

Intraprendere questo viaggio, tuttavia,  è ciò che mi ha aperto la mente più di qualsiasi altra cosa. Proprio perché ho capito quello che avevo bisogno di capire su mio padre, e sono in pace con me stesso adesso. Ma non solo, perché questo primo viaggio nell’Himalaya ha cambiato la mia prospettiva di vedere il mondo, forse come aveva cambiato la sua a suo tempo quando fece l’incredibile viaggio nel 1963. Ed ora sono pronto a farne altri, più che posso.

Quali cambiamenti e quali punti in comune hai riscontrato tra i racconti di tuo padre e il tuo viaggio?

L’aspetto più diverso di questi due viaggi è decisamente l’epoca. Nel 1963 ci sarebbero stati tutti altri problemi ma anche tutta una serie di benefici inesistenti al giorno d’oggi. Per esempio, prima passare da una nazione all’altra era solo questione di un timbro e forse una firma o due su un documento. Le persone erano molto più disponibili, nonostante all’epoca vedere un europeo a bordo di una Lambretta fosse quasi un’allucinazione per loro.

Al giorno d’oggi i turisti sono in tutto il mondo e non è più lo stesso. Oggi sarebbe anche molto più caro fare un viaggio come il suo, ovvero partire da Torino in moto e arrivare a Kathmandu dopo 8.500 km. Sarebbe stato il mio sogno ma senza fondi o sponsor è impensabile, soprattutto con due persone che ti seguono per girare il documentario.

Quali sono stati i momenti più intensi del tuo viaggio?

Uno dei momenti più forti c’è stato a Chandigarh, dove ho fatto alcune foto al Capitol Complex disegnato da LeCorbusier nel 1957. Mio padre lo visitò nel 1963 e poi produsse anche un libro fotografico in bianco e nero, 30 anni dopo, nel 1993.

Con il libro sotto braccio, sono passato attraverso i vari uffici per riuscire a ottenere i permessi per filmare nel complesso, che è un palazzo governativo. Anche se scortato da simpatiche guardie, ho potuto scattare le stesse foto (questa volta a colori) di questo posto surreale e senza tempo. Dal 1963, al 1993 al 2016 nulla è cambiato al Chandigarh Capitol Complex.

L’altro momento straordinario c’è stato quando ho rischiato la morte per essermi spinto troppo in alto, un po’ come Icaro. Però nel mio caso sono state le stelle a rischiare di uccidermi.

Arrivati a Sarchu, un accampamento militare a 4300 mt di altezza, mi sono fermato a fare delle foto alla Via Lattea. L’atmosfera è molto sottile a quelle altitudini, e il cielo risulta incredibile. Ho detto ai ragazzi di proseguire verso la base e ho cominciato a spostarmi fuori dalla strada per prendere il miglior scatto possibile.

Dopo circa 20/30 minuti, nell’attesa delle condizioni ideali per lo scatto, ho iniziato a sentirmi svenire e nel giro di alcuni secondi ero per terra senza riuscire né a muovermi, né a respirare. Stavo annegando ad aria aperta. Con soli 4% di ossigeno nell’atmosfera, questi attacchi sono frequenti. Per questo motivo raccomandano sempre di stare in compagnia, avere acqua da bere e non viaggiare mai di notte. Io, stupidamente le ho ciccate tutte e tre. Solo, senz’acqua e di notte.

Dopo alcuni minuti sono riuscito a bagnarmi la faccia con dell’acqua rimasta in un fondo di bottiglia che avevo nei miei pacchi sulla moto. Lasciando tutta la mia attrezzatura fotografica alle spalle mi sono messo sulla moto (250kg tra moto, benzina e bagagli) e sono riuscito a guidare fino al campo con il solo istinto di sopravvivenza. Sapevo che lì qualcuno mi avrebbe aiutato, infatti dei militari mi hanno attaccato a una bombola di ossigeno e pian piano mi sono ripreso bevendo chai e mangiando barrette di cioccolato. In quel momento ho capito che ero salvo, ero scampato alla brutale legge delle montagne.

Nel video di presentazione del tuo documentario c’è un momento in cui piangi, altri in cui ridi, altri ancora in cui semplicemente vivi al massimo il viaggio. Cosa ha significato per te ripercorrere le tracce percorse decenni fa da tuo padre?

Devo ammettere che questo viaggio è stato pieno di emozioni disparate. Da trovare una connessione con mio padre mai trovata prima all’accettare la morte con il rispetto per la vita. E, conseguentemente, vivere al massimo, specialmente questa avventura.

Organizzare questo viaggio è stato molto difficile. Abbiamo dovuto trovare i finanziamenti per il documentario, per poterci pagare questa avventura, l’attrezzatura professionale, i voli per arrivare in India etc.

Ora il viaggio continua. Dobbiamo andare a scoprire gli archivi fotografici di mio padre che sono mantenuti in a “temperature controlled storage space” a Dallas, Texas.

Una volta aperto questo tesoro di immagini (più di 1 milione di diapositive) scattate dal 1960 ai primi del 2000 scopriremo più di 40 anni di servizi fotografici in giro per il mondo.

Mio padre ha pubblicato più o meno 35 libri nella sua carriera di fotografo. Queste diapositive sono sicuramente una miniera d’oro per me. Da qui potrò trovare ispirazione per i prossimi viaggi e, chissà, forse anche per i prossimi documentari.

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