Vivere in 7 on the road: intervista a una vera famiglia alternativa italiana

Da quando ho aperto Mangia Vivi Viaggia ho avuto modo di leggere e raccontare tante storie di persone che hanno scelto di vivere in modo alternativo, inseguendo la propria felicità e puntando ad un’esistenza libera.

Alcune di queste storie riguardano intere famiglie, che hanno deciso di impostare il proprio percorso di vita su un’unica priorità: stare bene, tutti insieme. Per raggiungere questo obiettivo hanno rinunciato a tanto, se non tutto quello che la società ritiene normale: casa, lavoro ed educazione tradizionale.

Vivere in modo alternativo, per davvero, ma con uno scopo che dà un senso alla vita: essere felici.

Dopo aver letto molte storie di famiglie non convenzionali, ho avuto il piacere di imbattermi in una famiglia italiana semplicemente meravigliosa.

Si fanno chiamare Seven on the Road, perché sono due genitori e cinque figli che vivono quasi costantemente on the road: non hanno una casa fissa, i genitori non hanno un lavoro fisso e i figli non seguono un’educazione tradizionale.

Ho avuto il piacere di parlare con Virginie, la mamma di questa incredibile famiglia, e farmi raccontare la loro storia. Lascia da parte i pregiudizi prima di iniziare a leggere.

Ciao Virginie, benvenuta su Mangia Vivi Viaggia. Ci sarebbero così tante cose che vorrei chiederti che non so neanche da dove iniziare. Partiamo da voi: qual è la vostra storia.

Ciao Gianluca, grazie!

Io mi chiamo Virginie e mio marito Massimo. Ci siamo conosciuti a Trieste nel 1999, dove io ho fatto l’università (sono geologa) e Massimo era stato trasferito col suo lavoro di operatore meteo dell’Aeronautica.

In realtà lui si divideva tra il lavoro dell’aeronautica e uno studio legale, si era laureato in legge e pensava, un giorno, di fare l’avvocato.

La nostra storia è scandita anche dalla nascita dei nostri cinque figli.

Nel 2002 nacque Tommaso, il nostro primogenito, e da quel momento decidemmo di dedicare meno tempo al lavoro e il maggior tempo possibile alla famiglia. Sapevamo che avremmo dovuto vivere con meno in termini economici, ma non ci importava.

Nel 2003 nacque Alice, in un periodo in cui Massimo stava affrontando una brutta lombosciatalgia.

A 24 ore dalla nascita, Alice ebbe una crisi emolitica e finì in terapia intensiva. Tutto si risolse con una trasfusione, ma quegli eventi, oltre a problemi di Massimo sul lavoro e a problemi con i miei genitori che non hanno mai condiviso il nostro stile di vita, ci fecero riflettere molto.

Massimo decise quindi di mollare lo studio legale. Avremmo vissuto con meno ancora, mettemmo in vendita la casa a Trieste (comprata con un mutuo enorme) e lui chiese il trasferimento in Toscana, dove ci sembrava che la vita potesse scorrere più lentamente…

Nel 2005 nacque Asia, sempre a Trieste, e subito dopo partimmo per la Maremma.

Lì abbiamo vissuto bene ma non era ancora la vita che volevamo, perché volevamo che i nostri bimbi crescessero liberi, con poche cose ma con la capacità di meravigliarsi, e allora tutto questo ci sembrava molto difficile in Italia.

Dico “allora” perché ora, a distanza di anni, dopo tutto il nostro percorso, riusciamo a vivere a modo nostro anche qui, senza farci condizionare né dalla società né dalle persone.

In concomitanza con la nascita di Mattia nel 2007, io persi entrambi i miei genitori in circostanze molto dure, dopo un periodo altrettanto duro per tante ragioni, e questa fu la vera molla che ci fece trovare il coraggio di cambiare vita.

Raccogliemmo un po’ di soldi vendendo un vecchio camper e decidemmo di partire per un viaggio in Brasile di un mese a casa di un amico, con i bimbi che avevano rispettivamente 5, 4, 2 anni e 7 mesi.

In Brasile avete iniziato una nuova vita, decisamente alternativa. Com’è andata?

Il Brasile fu un colpo di fulmine. Vedere i bimbi che giocavano senza giochi, a piedi nudi, ridendo come matti… ci aprii completamente gli occhi.

All’inizio di luglio 2008, appena tornati in Italia, mettemmo in vendita la nostra casa (altro mutuo e mega ristrutturazione) e nel giro di 4 mesi era venduta. In quel periodo di inizio crisi, fu proprio il segno di cui avevamo bisogno, visto che avevamo il mondo contro!

Decidemmo così di mollare tutto e partire: Massimo si mise in aspettativa per due anni, prendemmo i nostri 4 figli e partimmo, nonostante fosse considerata da tutti una follia.

Inizialmente aprimmo un negozio di prodotti naturali (tra i quali marmellate, sali aromatizzati e liquori fatti da noi) a Praia do Forte in Bahia. Fu un grande successo e ci fece crescere molto sotto tutti i punti di vista.

Nel 2011 nacque Sofia a Salvador, e dopo 4 anni in Bahia a gestire il negozio, nel 2012, decidemmo di spostarci vicino a Natal, più di 1000 km verso nord, lasciando la nostra attività in mano ad una gerente e due dipendenti.

Volevamo stare più vicini a un grande centro abitato e dovevamo iniziare a pensare come portare avanti il discorso scolastico.

Il problema non era da poco perché in Brasile hai due scelte: la scuola privata, che ti dissangua per garantire un’istruzione stile americano, molto competitiva e stressante, oppure la scuola pubblica, che ha mille problemi, dalla violenza alla droga all’analfabetismo della maggior parte dei ragazzi.

A quell’epoca i bimbi ancora piuttosto piccoli e continuarono a frequentare la scuola pubblica senza troppi problemi, ma dopo un paio d’anni non fu più sostenibile. Decidemmo quindi di cambiare di nuovo e scendere a sud del Brasile dove la situazione poteva essere migliore.

Questa volta ci spostammo di 2800 km verso sud, a São Thomé das Letras nello stato di Minas Gerais, ed entrammo a far parte di un ecovillaggio. Decidemmo di chiudere il nostro negozio in Bahia che ormai era troppo lontano per poterlo gestire e lo mettemmo in affitto.

Com’era la vita nell’eco-villaggio?

Comprammo un piccolo terreno (7 ettari, ma in Brasile è molto piccolo) ed è lì che cominciammo ad accogliere volontari tramite Workaway. Piantammo di tutto, tentammo anche di piantare vigna e ulivi visto che la regione lo permetteva. Avevamo un mulino ad acqua e il progetto di piantare grano.

Eravamo lontani da tutto e quindi fumo costretti ad essere molto autosufficienti in tutti i campi, dalla costruzione alla produzione di cibo, di saponi, di detersivi… Il Brasile ci insegnò che si può veramente vivere con poco e stare bene.

Dopo un po’ si ripresentò il problema della scuola… ora molto più forte perché i bimbi stavano crescendo.

E qui entra in gioco l’educazione parentale. Di cosa si tratta?

Partiamo dal presupposto che i due più figli grandi continuavano a chiedermi perché dovevano andare a perdere tempo a scuola visto che imparavano molto di più soli o con il mio aiuto, mentre in classe spesso non riuscivano nemmeno a sentire quello che diceva il professore.

Era molto tempo che mi informavo sull’educazione parentale, avevo capito che la scuola aveva un ruolo molto marginale nell’apprendimento reale e lo avevo capito vedendo i miei figli che nella quotidianità erano super svegli e curiosi, leggevano molto, imparavano su internet e sapevano già 3 lingue.

Inoltre imparavano tantissime cose anche dai volontari di Workaway che ospitavamo.

LA FAMIGLIA CHE HA DECISO DI EDUCARE I FIGLI VIAGGIANDO

Fu così che iniziò il percorso dell’educazione parentale. Ci sono molti modi per praticarla e ogni famiglia fa le proprie scelte, anche questo è stato un percorso.

All’inizio, in Brasile, seguivamo i programmi scolastici in caso fosse arrivato qualche controllo visto che lì non c’è una legislazione chiara a riguardo. Poi, andando avanti nell’esperienza e confrontandoci con altre famiglie, decidemmo di abbandonare il “sentiero” e di lasciar liberi i nostri figli di studiare quello che più gli interessava.

Si chiama unschooling ed è una pratica molto diffusa negli Stati Uniti. Si basa sull’idea di permettere ai bambini/ragazzi di decidere cosa studiare. In questo modo si specializzano molto in fretta su ciò che amano fare o conoscere.

Non sono soli nell’apprendimento, a noi genitori spetta il compito di seguirli nel percorso di studio.

Concretamente, come funziona il vostro modo di fare educazione parentale?

A casa nostra funziona più o meno così: per un paio d’ore al giorno, ogni mattina, si studia la grammatica e lo speaking di 3 lingue (portoghese, italiano e francese, che sono le 3 lingue che parliamo in casa). Nel resto della giornata, in base all’età, si studiano le basi di matematica, quello che serve nella vita, niente di più a meno che abbiano qualche curiosità.

Studiamo geografia, storia, scienze e l’arte, sempre seguendo il criterio di occuparci principalmente di ciò che interessa ai ragazzi. Quando hanno qualche domanda o curiosità, si approfondisce.

Guardiamo molti documentari, alcune volte loro scelgono qualche personaggio famoso e fanno una ricerca da presentare agli altri. Per il resto, fanno tutto loro: quando qualcosa gli interessa si documentano, cercano, se possiamo aiutarli, lo facciamo, quando si tratta di cose che non sappiamo studiamo insieme a loro.

Ti faccio giusto l’esempio di Tommaso, che è il più grande ed è quello che ha le idee più chiare.

Ama la fotografia ed è appassionato di informatica. In nessuno di questi due campi possiamo più di tanto aiutarlo, ma lui studia da solo, legge, cerca, si mette in contatto con altre persone che lo possono aiutare. Un volontario che ha vissuto con noi vari mesi gli ha insegnato moltissimo.

Insomma, cerchiamo di far in modo che abbiano una buona cultura generale e tanti libri sempre a disposizione (la gente non ha idea di quanti libri vengano abbandonati o gettati), facciamo in modo da avere sempre una connessione internet, cerchiamo di accendere tante lampadine nelle loro teste. Poi il loro interesse fa il resto.

Io posso solo dire che i miei figli parlano, scrivono e leggono in 3 lingue, perché devono dedicarsi alla lettura di un libro almeno un’ora al giorno (i libri li scelgono loro, li compriamo nei mercatini dell’usato o li prendono in prestito in biblioteca). Quando c’è l’interesse uno studia anche da solo.

Dove non c’è interesse, anche se si studia, rimane ben poco in testa. Lo abbiamo visto personalmente nel nostro percorso scolastico. Per quanto riguarda gli attestati, quando ne avranno bisogno, studieranno e faranno gli esami da privatisti.

Torniamo al Brasile. Come prosegue la vostra storia dopo l’eco-villaggio in cui vivevate?

La nostra casa era sempre piena di volontari di Workaway, i bambini interagivano ogni giorno con persone da tutto il mondo e soprattutto imparavano tantissime cose. Tuttavia, si presentò il problema dell’isolamento: per arrivare al nostro terreno c’erano 13 km di strada sterrata e i bambini nelle vicinanze erano davvero pochissimi.

Così, ci venne l’idea del viaggio di un anno in Europa.

Volevamo fargli conoscere meglio l’Italia e arrivare poi fino in Portogallo. Tutto il resto è raccontato nel nostro blog: abbiamo comprato un vecchio camper, ridotto le nostre cose al minimo indispensabile nel caso non fossimo tornati e messo in affitto la casa in Brasile. Poi partiti, e a marzo festeggeremo due anni da quando siamo rientrati in Europa.

Perché avete scelto di tornare in Italia?

Siamo in Italia perché in realtà, anche se siamo andati via “arrabbiati” tanti anni fa, ci siamo sentiti a casa quando siamo tornati… abbiamo conosciuto tanta gente che resiste, che vive in modo alternativo, e questo ci ha fatto capire che stando così fuori dal sistema, possiamo stare bene dappertutto.

La domanda sorge spontanea: come mantenete questo stile di vita?

Quando siamo tornati dal Brasile avevamo in mano 17. 000 euro guadagnati con il negozio. Ci sono serviti a comprare il camper che è diventato la nostra casa, sistemarlo un po’, pagare il bollo e assicurazione, e viaggiare per i primi mesi.

Gli ultimi risparmi sono serviti a pagare un affitto quando abbiamo deciso di fermarci per un periodo nel Lazio.

Come ci manteniamo? Prima di tutto, in Brasile abbiamo lasciato il negozio e la casa affittati. Abbiamo quindi una base mensile di circa 1000 euro e con questi riusciamo a vivere tutti e sette.

So che può sembrare assurdo, ma ci riusciamo proprio perché viviamo in un modo alternativo. Teniamo le spese e i consumi molto bassi e ci affidiamo al baratto, all’auto-produzione e a ciò che le persone non utilizzano.

Il mondo, poi, è pieno di opportunità, basta avere una mente aperta. Per dire, ora viviamo in comodato d’uso in una casa parrocchiale a Selve, dove lavoriamo in cambio dell’alloggio.

Com’è vista dall’esterno la vostra famiglia alternativa?

Purtroppo non è facile. Molti pensano che i nostri figli vivano senza comodità e  tecnologia, qualcuno ci chiama “famiglia Amish” proprio perché credono che costringiamo i nostri figli ad una vita fuori dal mondo.

Non è assolutamente così. Per farti degli esempi, Tommaso ha barattato un vecchio giradischi che aveva ricevuto in Brasile per uno smartphone di seconda mano. Qui in Italia ha barattato una bici da corsa che aveva ricevuto per un computer portatile.

Alice fa artigianato e vendendo le sue creazioni è riuscita anche lei a comprarsi uno smartphone di seconda mano.

L’altro giorno hanno aiutato un signore a spalare la neve e hanno guadagnato due soldi che poi usano per comprarsi quello che vogliono. Non girano molti soldi nella nostra famiglia, ma loro ne conoscono il valore e stanno imparando ad arrangiarsi. In questo modo imparano a dare valore alle cose e a pensare fuori dagli schemi.

Avete sempre desiderato avere una famiglia così grande? Come si vive in sette, oltretutto in un modo così alternativo?

Tanti anni fa pensavamo che ci sarebbe piaciuta una famiglia numerosa, ma pensavamo che stando dentro il sistema non avremmo avuto l’opportunità di permettercelo. Poi, uscendo pian pianino dai canoni, abbiamo capito che si può stare in tanti vivendo con meno.

Noi viviamo benissimo in sette, siamo affiatati, ci aiutiamo a vicenda, ognuno ha il suo ruolo e dà una mano a seconda della propria età e delle proprie possibilità.

Ovviamente siamo una famiglia molto animata, se ti piace il silenzio meglio starci alla larga!

Quello che mi ha colpito subito di voi è che sembrate davvero felici. Quando mi guardo intorno vedo tanti genitori stressati e frustrati, che non hanno tempo e voglia di stare dietro ai figli. Non avete l’impressione che questo stile di vita sia un buon modo per scappare da quella routine infernale che in un certo senso allontana le persone?

Sicuramente sì, siamo felici proprio perché viviamo in questo modo. Infatti dico sempre che ai nostri figli offriamo poco dal punto di vista materiale, ma gli dedichiamo la maggior parte del nostro tempo.

Avere tempo, per noi, è la più grande ricchezza che esista.

È chiaramente la nostra opinione e il nostro modo di vivere non è per tutti, ma se molte persone provassero a ridurre i propri bisogni in favore di maggiore tempo di qualità, starebbero sicuramente molto meglio.

Come vivono questa situazione i vostri figli?

Come ti ho detto, siamo arrivati a questo stile di vita tutti insieme, è chiaro che i più piccoli dicono la loro con più leggerezza mentre i più grandi si rendono conto dell’importanza delle loro decisioni, sanno che le loro scelte hanno delle conseguenze.

Abbiamo deciso di fermarci in Italia dopo 5 mesi di viaggio, perché Tommaso doveva togliere l’apparecchio ai denti che aveva da tre anni, ma anche perché ci sembrava che la vita in camper fosse difficile per lui… Non lo vedevamo felice.

Eravamo tutti contenti di fare una pausa, così ci siamo fermati.

Ci siamo resi conto che c’è molta gente in Italia che vive in modo diverso, ci siamo sentiti meno soli. I bimbi, poi, hanno conosciuto meglio la vita qui, in fondo loro hanno tutti vissuto più in Brasile che in Italia…

Ora, per esempio, stiamo ripartendo perché Tommi e Alice, i più grandi, l’hanno proposto. Massimo sarà senza lavoro da gennaio quindi per noi andava benissimo. L’abbiamo proposto ai più piccoli che si sono mostrati entusiasti e quindi si riparte.

Guardando Tommaso già immaginiamo quello che sarà il suo futuro… segue sul web varie persone che lavorano viaggiando, ha già dei progetti di vita e professionali concreti, nonostante abbia solo 15 anni. Per lui tutto questo è assolutamente normale.

Lui e gli altri non devono fare tutto il percorso che abbiamo fatto noi, sono liberi. Vogliamo che crescano come persone libere.

Spesso, quando fai scelte diverse per i tuoi figli, vieni accusato di imporgli il tuo punto di vista, che sia nel campo dell’alimentazione, dell’educazione o altro, ma quello che le persone non capiscono è che, secondo questo ragionamento, ogni genitore impone le proprie scelte ai figli, anche chi segue i binari della normalità.

Noi ne parliamo spesso con i nostri figli, vogliamo sapere cosa ne pensano e fargli capire che è giusto confrontarsi. Sanno il perché di tutte le nostre scelte, non pretendiamo di avere ragione, magari un giorno prenderanno strade diverse. Lo accetteremo senza alcun problema.

Cosa vedete nel vostro futuro?

A noi piacerebbe molto incontrare qualche altra famiglia simile alla nostra e costruire qualcosa tutti insieme. Non sempre è facile confrontarsi con la gente “normale”, le differenze ci sono e a volte pesano…

Non facciamo progetti a lunga scadenza, viviamo molto alla giornata.

A gennaio andremo a conoscere alcune persone simili a noi che ci hanno contattato, non è così facile trovare famiglie gemelle che abbiano anche figli grandi. Per esempio, la nostra esperienza in ecovillaggio in Brasile è stata una bellissima esperienza ma chi viveva effettivamente lì erano persone sole, coppie senza figli o con figli molto piccoli…

In ogni caso, la decisione di vivere in questo modo l’abbiamo presa tutti insieme.

I nostri figli sono consapevoli di poter decidere ed esprimere i loro pensieri. Sulle cose importanti, dicono sempre la loro, nessuna decisione viene imposta, siamo una famiglia anarchica in cui le decisioni vengono ragionate e prese tutti insieme.

Sanno che, se vogliono, possono rientrare nel sistema. Se un giorno accadrà, ci fermeremo per permetterglielo ma per ora tutto funziona benissimo così. Quindi, perché cambiare?

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