Una preziosa riflessione di Paolo Villaggio sull’infelicità dell’uomo occidentale

Fantozzi è uno dei personaggi più amati e popolari nella cultura popolare italiana. Un personaggio buono, goffo, semplice e sfortunatissimo, perennemente alla ricerca di un modo di migliorare la sua condizione di vita ma inevitabilmente protagonista di fallimenti totali.

Un uomo condannato a perdere, sempre e comunque, ma non per questo un perdente. Perché in fondo, come scrivo anche nel mio libro “Le coordinate della felicità“, fallire non significa essere falliti. Di fronte alla cocciutaggine di Fantozzi, viene spontaneo pensare che il vero fallimento appartenga a coloro che non rischiano mai. Chi si mette in gioco per migliorare e migliorarsi ha già vinto, indipendentemente dal risultato che otterrà.

Questa è una delle tante interpretazioni che si possono dare a Fantozzi, un personaggio molto più profondo di quanto si pensi, capace di far ridere ma anche di mandare messaggi molto forti sulla condizione dell’essere umano in questa società frenetica, arrivista, consumista e puramente materialista.

Una preziosa riflessione di Paolo Villaggio

È un concetto che ha spiegato meglio di chiunque altro lo stesso creatore del ragionier Fantozzi. Paolo Villaggio è stato infatti spesso identificato proprio con la sua “creatura”, nonostante fosse in realtà un uomo di una cultura e un’intelligenza straordinari.

Lo dimostrano tante sue interviste, ma in particolare una che concesse a una televisione svizzera nel lontano 1975. All’epoca Paolo Villaggio aveva 43 anni, aveva pubblicato i due libri su Fantozzi vendendo oltre 500.000 copie ed era da poco uscito il primo film su Fantozzi, che era diventato un successo enorme.

Nonostante questi numeri sensazionali, che lo resero un uomo ricco e di successo, Villaggio utilizzò parole dure (e controproducenti nell’ottica di promuovere il film di Fantozzi) verso la società dei suoi tempi, una versione “soft” della nostra.

Se all’epoca quelle riflessioni erano acute e pungenti, quasi fastidiose, oggi risuonano in modo diverso. Perché ne è passato di tempo e la riflessione di Villaggio assume i contorni della profezia se si osserva cos’è diventato l’uomo occidentale: un “omino” il cui unico scopo di vita è portare avanti lo schema “produci-consuma-muori“.

Il tragico Fantozzi

Nell’intervista, Paolo Villaggio spiega perché utilizzò l’aggettivo “tragico” nel titolo del secondo libro.

“L’ho voluto chiamare “Il secondo tragico libro di Fantozzi” perché a mio avviso nella parola “tragico” c’è la chiave di Fantozzi. A mio avviso un successo di questo tipo non avviene a caso, non è una serie di coincidenze fortunate. C’è una coincidenza tra personaggio e momento storico. Il lettore del libro o lo spettatore si è immedesimato nel personaggio proprio perché “tragico”“.

Chi è davvero Fantozzi? Semplicemente un personaggio buffo e “sfigato”? No, secondo Villaggio è molto di più. È la rappresentazione di ogni individuo schiavo del consumismo dei suoi (e ancor più dei nostri) tempi.

“Il piccolo Fantozzi è l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico. Ha ricevuto dai media, dai telegiornali, dai settimanali uno stimolo continuo, quasi un ordine, a consumare, ad acquistare, a vivere secondo determinati schemi. E lo schema di questa filosofia era semplicissimo: attento che se compri e ti atteggi in determinati modi, potrai essere felice. Vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni”.

Insegui i soldi e le cose e sarai felice

Ma inseguire ciecamente soldi e oggetti è davvero la chiave della felicità? Se hai letto il mio libro sai già come la penso. Questa è la visione di Paolo Villaggio:

“Fantozzi si è trovato vittima di tutte queste contraddizioni di questa cultura che tende disperatamente verso un obiettivo che a mio avviso è sbagliato: l’uomo credeva di essere felice con le autostrade, le macchine, gli intasamenti quando in realtà invece il mondo in cui Fantozzi è costretto a vivere è l’Inferno“.

Ecco una riflessione lucida e forte da parte di Paolo Villaggio sulla vita dell’uomo occidentale:

Fantozzi vive pieno di nevrosi in una società nella quale a nessuno importa di lui. Il film inizia con una sequenza in cui si evince che da 18 giorni nessuno ha notizie di lui . E per 18 giorni nessuno si preoccupa di sapere dove sia finito. Questo delinea la funzione di Fantozzi nella società: nessuna. Lui questo lo sa, sa che vive in una società che non lo difenderà mai abbastanza, una società in cui avere paura. Dove il padrone non ha nemmeno un’identità precisa, non è una persona fisica. Fantozzi vive in una dimensione piramidale e al vertice della piramide, forse, non c’è nessuno. Il mega-direttore galattico esiste oppure no? Forse è pura invenzione”.

La società consumista è invivibile

Come succede a tutti coloro che si autoconvincono di non avere alternative, anche Fantozzi pensa che l’unica soluzione per andare avanti sia insistere su quell’unica strada su cui la società occidentale lo ha posizionato.

La società è invivibile ma Fantozzi non conosce altri modi di vivere. Sorridendo va incontro a una catastrofe dietro l’altra. Lui sa che un weekend al mare avverrà secondo schemi catastrofici (e qui il linguaggio iperbolico del libro e del film è stato molto apprezzato soprattutto dai giovani): parte al mattino, intasamento di cinquanta ore, temperature di 90° all’ombra, il mare non è balneabile perché è inquinato, pieno di fango, cadaveri e rifiuti”.

 

“Fantozzi rinuncia a tutto ma non vuole rinunciare a vivere. È lucido, non è tonto, ma continuerà disperatamente a correre di catastrofe in catastrofe: non ha altra scelta. Vive in una società invivibile. E a conti fatti, quindi, sopravvive“.

Il personaggio di Fantozzi, attraverso situazioni divertenti, mostra tutte le promesse di felicità infrante dalla società dei consumi in cui viviamo.

 

Il mondo di Fantozzi è inquietudine e paura per il futuro. Questa società in cui viviamo è giusta o non è giusta? Il sospetto di tutti, ma soprattutto dei giovani, è che abbiamo sbagliato tutto. È davvero questa società consumistica piena di frigo, televisioni a colori, beni di consumi la felicità? No, la verità è che è il diavolo. È una “felicità” altamente infelice“.

Paolo Villaggio: “Noi occidentali abbiamo mancato il bersaglio”

Infine, Paolo Villaggio fa una riflessione che chiunque abbia scelto di allontanarsi dagli schemi assurdi di questa società (come ho fatto io e sempre più persone) non può che condividere: noi occidentali abbiamo mancato il bersaglio.  Una conclusione amara, molto simile a quella a cui giunse Tiziano Terzani dopo aver girato mezzo mondo.

“Non voglio dare un giudizio, dico che il momento che viviamo è nevrosi pura. Forse la cultura e la filosofia occidentali hanno mancato l’obiettivo. È il momento di tirare i remi in barca e fare il punto. Forse abbiamo sbagliato? Con il discorso di Fantozzi si possono trarre delle conclusioni serenamente, senza fare politica: attenzione, non è vero che l’uomo che vive secondo questi schemi sia felice“.

 

L’italiano medio non ha il senso dell’umorismo e non accetta volentieri questi discorsi. Li accetta solo se presentati con iperboli. Tutte le persone che mi fermano mi dicono che Fantozzi è uguale al loro cugino, al loro vicino di scrivania, al loro vicino di pianerottolo… nessuno, però, che dica la verità: “Fantozzi sono io“. Questa, a mio avviso, è la verità. Siamo tutti coinvolti in questa catastrofe dell’Occidente. Per me è una certezza: abbiamo sbagliato“.

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