Come il buddhismo mi ha insegnato a superare la paura della morte

La paura di morire è naturalmente presente nell’essere umano. È un meccanismo di autodifesa che attiva il nostro istinto di sopravvivenza e ci porta a prendere decisioni che conservino il nostro corpo e ci permettano di restare in vita.

Ma solo originariamente la paura di morire aveva questo ruolo. Al giorno d’oggi, non dovendo più rischiare la vita per procacciarci cibo e rifugio, quella della morte è diventata una paura completamente diversa. È subdola, perché ti entra nella mente senza che tu riesca ad accorgertene, ma è anche molto intensa, perché è capace di condizionare ogni aspetto della tua vita.

Generalmente, la gente pensa alla morte di tanto in tanto, sente un po’ di ansia e poi se ne dimentica. Molte persone, però, ne sono ossessionate al punto di farsi bloccare, paralizzare e costringere a rinunciare a sogni e nuove opportunità.

Perché abbiamo paura di morire?

Perché abbiamo così paura della morte? La risposta è semplice: non sappiamo cosa ci sia dopo. Non sappiamo nemmeno se ci sia un dopo. La morte è uno dei più grandi misteri che ci siano e resterà così per sempre.

Ma un tempo, cosa faceva l’uomo davanti a un mistero? Indagava. Cercava risposte. Dedicava il suo tempo allo studio e alla scoperta.

Oggi non è più così, perché la scienza ha preso il sopravvento. Oggi c’è una iper-razionalità che domina ogni aspetto delle nostre esistenze e ci viene imposta come unico metro di giudizio per determinare dove sia e che forma abbia la verità.

Ma se la scienza ci illumina quando ci spiega il funzionamento di molti processi naturali un tempo assolutamente sconosciuti, su certe questioni che vanno oltre la nostra comprensione non fa altro che alimentare in noi paure e ansie.

Come per la questione della morte.

La scienza e la morte come fine di tutto

Certo, la scienza ti dice che una persona muore quando le sue attività celebrali e cardiache cessano. La scienza ti può dare mille dettagli su ciò che avviene dal punto di vista biologico quando una persona, da viva, diventa ufficialmente morta.

Ma non basta. Tutto questo non basta a spiegare cosa sia veramente la morte. La freddezza contenuta nei termini tecnici e nei numeri raccontano la fase in cui un corpo smette di essere funzionante. Ma la morte è davvero solo questo?

L’uomo ha smesso di chiederselo, affidandosi completamente alla razionalità. E la razionalità ci dice una sola cosa, e cioè che dopo la nostra morte non c’è nulla. Completa mancanza di consapevolezza, buio totale. Game over.

Non è difficile capire perché così tante persone abbiano una paura paralizzante di morire, visti questi presupposti… eppure questa non è certamente l’unica visione accettabile sulla questione. Il buddhismo, ad esempio, offre una prospettiva che, senza nemmeno essere completamente in contrasto con la razionalità scientifica, ha la capacità di farti considerare la morte in modo diverso. Non come la fine, ma come un’altra evoluzione.

La morte come motivazione

Io stesso mi sono interrogato a lungo su questa cosa affascinante e spaventosa che è la morte. Ne parlo anche nel mio libro “Le coordinate della felicità“, ma in modo molto concreto, considerandola come la giusta motivazione per cercare di vivere al massimo il tempo a nostra disposizione su questa Terra:

Il problema è che tutti noi, prima o poi, ci ritroviamo ad un punto della nostra vita nel quale il denaro non conta assolutamente niente. E quando ci arriviamo, ci rendiamo conto che esiste un bene molto più prezioso. È il momento in cui capisci che stai per morire. Solo allora comprendi che il tuo conto in banca e gli oggetti che hai accumulato valgono meno di zero. Ognuno di noi prende percorsi di vita differenti, ma arrivati a quel punto siamo tutti uguali. Non c’è niente di più democratico della morte.

Tratto da “Le coordinate della felicità

Ma tutto questo serve solamente a provare a ribaltare la prospettiva che abbiamo sulla morte, sfruttare la naturale paura che abbiamo per vivere intensamente e cercare sempre le coordinate della nostra felicità.

In questo articolo, invece, voglio trattare il tema da un punto di vista spirituale. Proverò a spiegare come il buddhismo, che ho conosciuto nei miei viaggi in Asia e attraverso diversi libri, mi abbia aiutato a superare completamente la paura di morire.

La morte dal punto di vista spirituale

Ho avuto la fortuna e di parlare con molti monaci buddhisti, ma anche con molte persone curiose e testarde che dopo aver cercato risposte senza successo nella cultura occidentale, le hanno trovate nel buddhismo. Ho letto libri e ho meditato per comprendere al meglio il significato di quelle parole.

Così ho capito una grande e meravigliosa verità del Buddhismo: la vita e la morte possono esistere solo se coesistono. Ma ciò che risulta ancora più affascinante per me è il fatto che questa verità è raccontata non solo dall’antica religione, ma anche dalla scienza.

Proverò a spiegare questo concetto con semplicità, pur non essendo di immediata comprensione. È infatti necessaria una certa concentrazione e una predisposizione mentale totalmente opposta a quella che ci viene imposta dalla scuola tradizionale, piena di paletti e presunte verità molto fragili ma considerate inattaccabili.

Quindi, prima di continuare, fai un bel respiro e cerca di aprire la tua mente, lasciandoti alle spalle i pregiudizi.

Thich Nhat Hanh: vita e morte convivono, sempre

Secondo il Buddhismo (e tante altre antiche filosofie orientali) la realtà si basa sull’armonia degli opposti. A partire da elementi molto basilari: può esistere il sopra solo se c’è un sotto. Può esserci un prima solo se c’è un dopo.

È quello che il famoso monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh definisce “interessere“: qualcosa che può esistere solo se esiste anche il suo opposto. Sono due opposti uniti in una cosa sola, e nessuno può separarli.

L’anziano monaco buddhista ha fatto più volte l’esempio di un foglio di carta. Esso ha due parti, fronte e retro. Ma si può dividere il fronte dal retro? Si può in qualche modo prendere il fronte e allontanarlo dal retro? No, perché lo stesso foglio di carta esiste solo nel momento in cui ha un fronte e un retro. Se così non fosse, non sarebbe un foglio di carta.

La morte non è la fine

Questo dualismo costituisce la base della realtà in cui viviamo. Lo si capisce attraverso l’osservazione della natura, notando ad esempio che non può esistere la notte senza il giorno, non può esserci la bellezza pura di un fiore senza un terreno sporco e “brutto” alla sua base.

Ma anche studiando la mente umana è chiaro che sia così: non puoi conoscere la felicità senza conoscere la sofferenza, non può esistere la gioia senza che ci sia anche il dolore.

Seguendo questo ragionamento, risulta evidente che non possa esserci vita senza morte. È palese, basta guardarsi intorno: ogni organismo vivente è destinato, prima o poi, a morire.

Ma allora la morte esiste anche per il Buddhismo? Sì, ma non nella concezione che gli abbiamo assegnato noi. Per il Buddhismo la morte non è la fine.

Il Buddhismo: la morte come rinascita

Tendiamo a credere che la nascita di una persona rappresenti il suo inizio e la morte la sua fine. Ma è davvero così? Perché se è vero che non può esistere vita senza morte, è altrettanto vero il contrario: non può esistere morte senza vita.

“La morte è dentro di noi, così come la vita. Siamo distratti e non ce ne rendiamo conto, ma mentre stiamo vivendo stiamo in realtà anche morendo“, disse Thich Nhat Hanh. E lo dice anche la scienza, perché, in questo preciso istante in cui stai leggendo, migliaia di cellule del tuo corpo stanno morendo. Eppure tu sei vivo. Ciò significa che all’interno della vita è contenuta la morte. Non sono due momenti separati, sono la stessa cosa.

E allora, se è vero che all’interno della vita c’è la morte, dev’essere altrettanto vero che all’interno della morte c’è la vita. Quel momento in cui crediamo che tutto finisca conterrà al suo interno, per forza di cose, anche una nuova nascita, proprio come ogni volta che migliaia di cellule del nostro corpo muoiono ne nascono altre migliaia.

Quando muori, ti trasformi in qualcos’altro

Su questi presupposti viene spiegata la reincarnazione, ma non è solo una questione spirituale. Questa visione ha anche una base scientifica, perché è la scienza a dire che nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.

Ma allora, come può la morte significare la fine di noi stessi? E al tempo stesso, come possiamo considerare la nascita come l’inizio di tutto? È chiaro che non esista un inizio e non esista una fine, costruzioni mentali che noi esseri umani ci facciamo per tener traccia del passare del tempo.

In realtà noi esistevamo ben prima di venire al mondo e sicuramente esisteremo anche dopo. Non nella stessa forma, ovviamente, ma non dovrebbe spaventarci.

D’altronde, siamo partiti fisicamente come un minuscolo spermatozoo e poi ci siamo evoluti fino a diventare persone adulte. Non è forse incredibile? Eppure lo diamo per scontato, quasi fosse normale che un “girino” possa diventare, dopo una competizione serrata e nove mesi a crescere dentro il corpo di un’altra persona tra mille sfide, un “gigante” con due occhi, due braccia, due gambe, un cervello e un cuore.

Ma allora perché, se ciò è accettabile, dovrebbe essere strana l’idea che dopo la morte ci evolveremo in qualcos’altro?

Superare la paura di morire con meditazione e minimalismo

Ecco perché ci fa paura la morte: perché la consideriamo la fine. Ma questa bellissima e comunque molto razionale visione della realtà del buddhismo dimostra che non esiste fine. Nulla si distrugge, tutto si evolve in qualcos’altro.

Dunque, quando morirai, non cesserai di esistere. Sarai, molto semplicemente, qualcos’altro. Magari un’anima che vaga per l’Universo, magari ti ritroverai in Paradiso o all’Inferno, magari diventerai energia, magari (come credono i buddhisti) ti reincarnerai. Sicuramente diventerai qualcos’altro. La tua energia non smetterà di esistere.

Si tratta di una verità che diventa più facile da comprendere e accettare quando mediti in profondità. Quando raggiungi certi livelli, ti distacchi dal tuo corpo e diventi sicuro che alla tua morte non finirai di esistere ma rinascerai sotto un’altra forma. Non è facile raggiungere quei livelli, specialmente in questi tempi così cinici e materialistici.

Ecco perché consiglio a tutti quelli che hanno paura di morire di fare due cose: meditare e minimizzare. Esplorare gli abissi della propria anima e al tempo stesso distaccarsi dai possedimenti terreni che sicuramente non ti porterai dietro dopo la tua morte fisica.

Sii come l’onda, che non nasce e non muore ma resta sempre acqua

Personalmente, quando ho capito tutto questo, ho provato un senso di profonda pace. Perché ho capito che quando morirò, mi trasformerò in qualcos’altro. Perché non c’è un inizio e non c’è una fine, queste sono solo parole, invenzioni della mente umana. La nostra realtà è infinita, proprio come il tempo. E, credo io, proprio come la nostra anima.

Non devi avere paura della morte semplicemente perché la morte non è la fine. Non è una bella prospettiva, questa? L’idea di morire e lasciare il nostro corpo ma continuare ad esistere in un’altra forma. E poi nascere qualcos’altro, pur restando ciò che sei da sempre.

C’è una bella metafora proprio di Thich Nhat Hanh che secondo me spiega meglio di mille parole l’atteggiamento che noi esseri umani dovremmo avere per superare la paura della morte:

Quando un’onda sta per salire, crede di nascere.
Quando un’onda scende, crede di morire.
Ma quando l’onda capisce di essere semplicemente acqua, comprende che non c’è nascita e morte.
È acqua quando sale ed è acqua quando scende.

La morte non è la fine. Come la nascita, è solo una trasformazione

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