Come sono passato dalla scrivania di un ufficio a oltre 40 paesi visitati in tre anni

IG @backpackinglawyer

Possiamo scegliere di vivere attivamente o passivamente il tempo che abbiamo a disposizione su questa terra.

Ad esempio possiamo decidere di seguire la direzione che gli altri ci indicano come giusta oppure intraprendere un percorso che gli altri considerano rischioso e sconsiderato ma a noi sembra quello giusto. Possiamo lasciare che siano gli altri a decidere come vivere oppure possiamo essere noi a stabilire qual è la forma della nostra felicità.

Nel tempo ho notato che spesso la differenza tra vivere la propria esistenza da comparsa oppure da protagonista è determinata dagli episodi. Se conduci una vita senza grandi sorprese e difficoltà, tendi ad assopirti nella comfort zone.

Capita, invece, talvolta, che siano proprio gli episodi a risvegliare la tua coscienza. Episodi forti e spesso drammatici che ti danno uno scossone e ti mettono di fronte alla realtà dei fatti: la vita è una sola e non puoi sprecarla.

Spesso chi trova il coraggio di cambiare completamente lo fa proprio in base a questi episodi, che sono la spinta fondamentale per buttarsi e spiegare le ali. Felipe è un ragazzo colombiano che ha vissuto una situazione simile sul posto di lavoro. Quando la morte si è presentata per ben due volte a sconvolgere la sua routine quotidiana, si è reso conto di dover fare qualcosa per iniziare ad essere felice.

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L’illusione di felicità

Fin da quando era piccolo, Felipe è stato educato all’idea che l’obiettivo della sua vita sia quello di ottenere un lavoro prestigioso. Venendo da un contesto sociale non particolarmente ricco, il suo scopo era riuscire a diventare un rispettabile cittadino: casa di proprietà, stipendio fisso e il rispetto della società. Peccato che tutto questo non era ciò che voleva davvero ma semplicemente l’illusione di felicità che tutti gli avevano trasmesso.

“Dopo le scuole dell’obbligo sono andato all’università e mi sono laureato in Giurisprudenza“, scrive sul suo blog, che come avrai già intuito, parla di tutt’altro. “I miei genitori erano felici quando mi sono laureato e ancora di più quando ho trovato lavoro in una delle compagnie più grandi della Colombia. Tutto sembrava andare alla perfezione”.

In quel periodo, infatti, Felipe aveva la sensazione di vivere una realtà che aveva sognato per tanti anni quando era piccolo e affrontava costantemente situazioni di violenza e degrado.

Guadagnavo molto bene e per la prima volta nella mia vita potevo permettermi dei lussi. Avevo a disposizione quei comfort che ci insegnano ad inseguire per tutta la vita”.

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Diventare schiavi del lavoro

Dopo un’iniziale entusiasmo, però, Felipe si è reso conto della trappola in cui era finito: l’automobile costosa, la casa grande e il lavoro in giacca e cravatta potevano rappresentare la forma della felicità per qualcuno, ma non per lui (lo stesso percorso che ho vissuto e racconto nel mio libro “Le coordinate della felicità“).

Lui che aveva inseguito quel tipo di successo fin da ragazzino, si era reso conto con grande amarezza che tutto ciò non lo rendeva davvero felice. Soprattutto per un motivo: per ottenere quella vita, aveva smesso di vivere.

“Dopo un po’ ho capito che quelle cose non mi rendevano felice. Trascorrevo la maggior parte del mio tempo in ufficio. Lavoravo sempre di più per fare sempre più soldi, ma poi non avevo il tempo per godermi la vita. Nei weekend ero sempre attaccato allo smartphone e non esisteva alcuna traccia di consapevolezza nella mia vita. Ero stressato e vivevo per lavorare“.

In una situazione del genere è facile chiedersi se l’idea di successo tipicamente occidentale non sia una grande illusione. Ma a volte capita che sia molto difficile comprenderlo, specie se si è intrappolati nella comfort zone che dà un lavoro sicuro e uno stipendio invidiabile.

Non a caso, anche per Felipe è stato un episodio a risvegliare la sua coscienza.

“Nel giro di un anno, due dei miei capi sono morti. Un giorno c’erano e il giorno dopo non c’erano più. In quel periodo, di fronte alla morte, mi sono reso conto che stavo trascorrendo i migliori anni della mia vita chiuso in un ufficio con l’unica aspirazione di fare ancora più soldi e potermi godere la vita solo due settimane all’anno, aspettando di essere vecchio e andare in pensione. Se non fossi morto prima, ovviamente…”

Dimettersi e partire con un biglietto di sola andata

Felipe inizia a pensare al senso della vita. Ogni giorno andare in ufficio diventa una pena, perché si rende conto che la sua felicità può avere mille forme ma non quella di un completo perfettamente stirato e 10 ore al giorno tra smartphone, computer e telefonate con i clienti. Tiene tutto dentro, finché non esplode.

“Un giorno mi sono reso conto che non volevo arrivare a cinquant’anni, guardarmi indietro e rimpiangere di non aver mai vissuto come volevo davvero. Così ho deciso di dimettermi“.

Lo step successivo è quello che accomuna molte storie di ribellione e cambiamenti di vita: un viaggio.

“Dicono che viaggiare è la soluzione a molti problemi. Io non avevo mai viaggiato davvero“, spiega Felipe. “Ero sempre andato in vacanza, non avevo mai fatto un viaggio con lo zaino in spalla. Improvvisamente ne avevo una voglia matta: volevo andare in giro per il mondo a cuor leggero, ad esplorare tutti quei luoghi che avevo sempre sognato o avevo visto nei film o di cui avevo letto nei libri”.

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Innamorarsi del mondo e lavorare viaggiando

Così Felipe parte: dalla sua Colombia sale su un aereo con un biglietto di sola andata verso Barcellona. Non ha un piano ma può contare sui risparmi che ha accumulato negli anni in cui ha lavorato come avvocato. Non può permettersi di vivere viaggiando per sempre ma con uno stile di vita molto low cost può vagabondare a lungo.

“Fin dal primo momento in cui ho messo piede in Spagna mi sono innamorato dei viaggi, delle persone, del cibo e dei paesaggi. Non avevo mai viaggiato da solo eppure fin dal primo momento non mi sono mai sentito solo. Anzi, mi sentivo connesso con il mondo intero“.

Felipe passa un anno intero in viaggio. Prima l’Europa, poi l’Asia. I suoi capelli crescono, la sua barba si fa più folta e il sorriso diventa sempre più grande. Poi torna a casa, ma solo per ripartire nuovamente.

Felipe ha deciso che vuole fare di tutto per trovare il modo di lavorare viaggiando. E ci riesce: inizia a scrivere guide (in lingua inglese e spagnola) che vende attraverso il suo blog. Il suo seguito sui social network è in costante crescita e così le vendite aumentano. Non è uno stipendio paragonabile a quello che aveva nella grande multinazionale in Colombia, ma se è vero che ha meno soldi è altrettanto vero che ora ha molto più tempo libero.

E come scrivo nel mio libro, “il tempo è senza dubbio il bene più prezioso che abbiamo“.

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La felicità: 3 anni e 40 paesi visitati

Oggi sono passati più tre anni da quando lasciò il suo lavoro sicuro, si ribellò alle convenzioni sociali e partì per girare il mondo. Felipe sente di aver vissuto più in questi tre anni che in tutto il resto della sua vita e anche se è molto realista sul futuro, non vuole fare altro che godersi il momento. Perché oggi ci siamo e domani potremmo non esserci più.

“So che non durerà per sempre ma se penso che negli ultimi tre anni ho visitato più di 40 paesi e ho vissuto migliaia di esperienze diverse, sono felice. Ho anche vissuto momenti difficili, ma sono sempre stati compensati da quelli positivi. Viaggiare mi ha cambiato la vita e voglio continuare con la filosofia che ho adottato tre anni fa: vivere e viaggiare senza pausa e senza fretta“.

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